Bollettino Parrocchiale di Rivarolo

COMPAGNIA DI SAN GIACOMO

FESTA PATRONALE DI SAN GIACOMO APOSTOLO 2021

DOMENICA 18 LUGLIO

ORE 10.00: Santa Messa, al termine benedizione e inaugurazione della ricollocazione della tela della Madonna del Carmine e delle statue della Madonna del Rosario e di san Giacomo

DOMENICA 25 LUGLIO

  • ORE 10.00: Santa Messa Solenne celebrata da S.E.R. Mons. Edoardo CERRATO, Vescovo di Ivrea, segue processione: via Cavour, corso indipendenza, via Ivrea, via Trieste.

LUNEDI’ 26 LUGLIO

  • ORE 9.00: Santa Messa in suffragio dei defunti della Compagnia
 

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STORIA DELLA TELA DI SAN GIACOMO

La collocazione della tela di San Giacomo nell’attuale posizione, avvenuta negli anni Settanta in concomitanza con i lavori di restauro della chiesa, aveva portato a sacrificare il ricco apparato scultoreo che circondava la cornice.

Nata come ancona, ovvero come quadro principale alle spalle dell’altare barocco, la grande pala ovale è stata per oltre due secoli collocata nell’abside, ma l’arretramento dell’altare e la presenza della grande croce lignea collocata negli anni Trenta in sostituzione del preesistente tronetto, ne consigliarono lo spostamento nella navata laterale sinistra, dove sorgeva un altare dedicato al Sacro Cuore.

I lavori di restauro e il rinvenimento delle parti lignee costituenti l’apparato scultoreo hanno permesso, fra l’altro, di stabilire con certezza la data di realizzazione della tela: il cartiglio ligneo ricollocato alla base del quadro riporta la seguente scritta ”D. O. M. – D: Iacobo Apostolo – Iacobus Antonio Eques et Agnes – Iugales Druetti – D: D: D: – A.S. MDCCXXXVIII” a ricordare il dono della pala da parte dei coniugi Agnese e Giacomo Antonio Druetti nel 1738.

Il grande quadro presentava notevoli problemi legati principalmente allo stato di conservazione della superficie pittorica smagrita e appannata dai depositi di polvere e di nerofumo accumulatisi negli anni che non consentivano la lettura dei numerosi particolari di cui è ricco il dipinto; oltre a questo si evidenziavano numerose lacune dovute alla caduta della pellicola pittorica, lacerazioni della tela e ritocchi incongrui effettuati in passato per ovviare ai problemi sopra esposti.

L’opera di restauro, realizzata dal “Laboratorio di restauro Rocca” di Balangero   sotto la sorveglianza della Soprintendenza Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Torino nella persona del dott. Franco Gualano, si è articolata secondo una prima fase di pulitura e stuccatura delle lacune cui ha fatto seguito il rintelo, operazione resasi necessaria per rafforzare il supporto del film pittorico.

Si è quindi dato corso al reintegro pittorico delle lacune precedentemente stuccate al fine di ricostruire il tessuto cromatico dell’immagine successivamente protetta con una vernice ad effetto semi lucido.

Altra operazione importante è stata il restauro della cornice e del ricco apparato ligneo rinvenuto nei depositi della parrocchia, che ha previsto la disinfestazione dagli insetti xilofagi, la pulitura e l’integrazione delle parti in oro e degli incarnati degli angeli.

Per quanto riguarda le caratteristiche stilistiche e attributive del quadro e del complesso scultoreo è possibile fare alcune considerazioni. Per quanto riguarda la dimensione iconografica, la rappresentazione dell’Apostolo San Giacomo Maggiore è stata fin dal Medioevo una delle iconografie cristiane più variate. L’ampia diffusione del culto in Europa, e dal XVI sec. anche in America, determinò che la sua immagine, nel tempo, fosse fortemente influenzata da ragioni religiose e politiche, combinando opportunamente la figura d’apostolo, quella del cavaliere e quella del pellegrino, ma che ugualmente riflettesse mode e costumi delle epoche storiche e delle zone geografiche presso le quali tale immagine veniva elaborata.

San Giacomo è l’unico tra gli apostoli che mostra una tale varietà iconografica. Nelle rappresentazioni più antiche, gli erano conferiti gli attributi comuni a tutti gli altri apostoli: la tunica, il manto, la Sacra Bibbia, i piedi scalzi e il rotolo nel quale si citavano i nomi di ciascuno degli Apostoli e frasi tratte dai testi sacri. In questa veste, ci appare nelle prime notabili sculture conservate nella Cattedrale di Santiago, ovvero quella conosciuta come “il Santiago fra i cipressi” nella Porta della Platerías (datata intorno al 1111-1116) e in quella del Portico della Gloria, opera del Maestro Mateo, realizzata intorno al 1188. L’atteggiamento d’Apostolo benedicente risale agli anni fra il 1135 e il 1140, nel Capitolo I del Liber Sancti Iacobi del Codice.

La rappresentazione di San Giacomo seduto, o in Maestà potenziò ulteriormente la missione evangelizzatrice, così come il San Giacomo ritratto nelle vesti di Soldato di Cristo o di cavaliere (matamoros) sarà adottato spesso come simbolo della difesa della Fede Cristiana. La varietà delle iconografie giacobee si andrà arricchendo ancora con la figura del San Giacomo intercessore presso Dio e accompagnato dalla Vergine Maria, sua principale mediatrice.

Proprio quest’ultima iconografia è quella che riferisce al nostro quadro al quale, al momento in mancanza di documenti e di riscontri stilistici certi, non è possibile associare il nome di alcun artista.

Dal punto di vista compositivo, l’immagine appare equilibrata e divisa da un asse verticale corrispondente al diametro maggiore dell’ovale. Alla destra dell’asse, che concentra l’attenzione sulla mano del santo che indica la città di Rivarolo, perfettamente riconoscibile nel campanile e nella cupola di San Giacomo, nei campanili delle altre chiese e nelle torri del castello Malgrà e del Castellazzo, si trova la figura di san Giacomo nelle vesti di pellegrino, con alle spalle un ricco apparato architettonico costituito da una balaustra e una colonna lapidea, con i suoi attributi iconografici ovvero il bastone che rappresenta la difesa della Fede dalle tentazioni, il cappello, la cappa e, soprattutto, la conchiglia simbolo dei pellegrini che si recavano a Santiago. Ancora, alle spalle dell’apostolo si trova uno stemma araldico diviso in quattro campi con soprastante corona che identifica lo stato nobiliare (la corona è cimata da otto perle di cui cinque visibili) e il motto “Patienter Irasci”.

Alla sinistra, in alto, troviamo l’immagine della Vergine Maria con il Bambino immersa in una luce dorata e circondata da angeli in adorazione; in basso troviamo la già citata immagine della città di Rivarolo e due angeli che reggono, uno il libro aperto segno dell’apostolo come testimone e l’atro il bastone che, con il suo andamento diagonale, sottolinea l’andamento della composizione.

Possiamo affermare che quella presente nel dipinto di San Giacomo è la prima immagine realistica della città di Rivarolo: per trovare un’altra rappresentazione della città occorrerà attendere circa quarant’anni con la realizzazione del quadro dedicato all’altro protettore della città, San Rocco, opera di Giovanni Domenico Molinari e presente nell’omonima Chiesa.

Per quanto riguarda il ricco apparato scultoreo, il dottor Gualano ha identificato l’autore nella persona dello scultore torinese Ignazio Perucca (1707 – 1780), con Stefano Clemente, Giovanni Battista Bernero e Carlo Giuseppe Plura, uno dei massimi scultori del Settecento piemontese. Lo stesso dott. Gualano in una Comunicazione del 2001 aveva contribuito a rivalutare la figura del Perucca nel panorama della scultura del Settecento. Rispetto all’impostazione degli altri artisti, improntati ad una visione più classicista imposta dalla “Scuola del disegno” voluta da Carlo Emanuele III, l’opera di Perucca si caratterizza per una spiccata teatralità ed enfasi barocca, che si manifesta nel ritmo serrato e nella dimensione teatrale del movimento dei due angeli che sostengono la cornice e nei due puttini destinati a sorreggere la grande corona, unico elemento della complessa struttura non più ritrovato.

A sostanziare l’attribuzione il confronto con alcune opere dello scultore fra le quali spicca, per uniformità stilistica, il gruppo scultore dell’assunzione della Vergine realizzata dallo scultore nel 1752 per la chiesa di S. Maria degli Angeli a Cuneo, nella quale si rende evidente, soprattutto negli angeli a figura intera, la somiglianza con l’opera rivarolese.

Queste prime considerazioni evidenziano come molte cose restino da scoprire, in particolare per quanto riguarda l’attribuzione dell’opera pittorica. Nel ringraziare la Compagnia di san Giacomo, che ha proposto e finanziato il restauro, si rimanda ad ulteriori studi per approfondire la conoscenza di quest’opera così importante per storia della nostra chiesa e della fede dei Rivarolesi.

Arch. Arnaldo Conta Canova

Membro del Direttivo della Compagnia di San Giacomo

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UN LEGATO DI SS.MESSE PER IL DONO DELLA TELA  DI SAN GIACOMO

“J. A. Druet(tus) dux equestris D(omini) Iacobi iconem capitali fundo pro 2 anniversar(iis) et pro 24 missis privat(is) quot annis et in perpet(uo) celebrandis huic parochialis donavit ex instrumento 17 Juliij 1778 pro monimento posito hoc lapide”.

Questa lapide, murata sulla parete della sacristia, ci dice che, con apposito strumento notarile, il 17 luglio 1778 il cavalier Druetto in seguito alla donazione alla nostra chiesa parrocchiale di un quadro di San Giacomo, costituì un legato per la celebrazione in perpetuo di due messe anniversarie e di 24 messe private ogni anno, naturalmente a suffragio della propria anima.   Non fidandosi evidentemente della memoria del pievano e dei suoi eredi e neanche della fragilità dello strumento cartaceo, volle che la memoria del dono e l’impegno ad esso collegato fossero scolpiti nel marmo a futura memoria. Oggi il legato Druetti figura nel Registro dei Legati della Parrocchia fra gli antichi legati per i quali viene celebrata un’unica SS.Messa annuale.

Oltre due secoli dopo, in seguito alla ricollocazione del cartiglio ligneo della Tela di San Giacomo, sappiamo che si tratta del Cavalier Giacomo Antonio Druetti. L’archivio parrocchiale non fornisce dati e documenti, né sul dono né sul donatore.    Sfogliando i libri parrocchiali della seconda metà del ‘700 troviamo nominata più volte la famiglia Druetto, o forse sarebbe meglio parlare di famiglie in quanto sembra che si possano individuare almeno due gruppi: infatti alcuni di loro hanno diritto di sepoltura nella chiesa parrocchiale mentre altri sono sepolti in San Francesco.  Tra quelli sepolti in San Giacomo troviamo una bambina nata il 18 ottobre 1781, battezzata e deceduta nello stesso giorno, figlia  di Giuseppe Antonio Druetto di Oglianico, poi una Margherita, morta a 30 anni circa, il 19 marzo 1783, figlia del fu Giacomo Druetto, del quale peraltro non si ha l’atto di morte.  Di Giacomo Druetto il 7 aprile 1786 muore la moglie Caterina, all’età di circa sessant’anni; infine troviamo ancora un Giuseppe Druetto deceduto, trentacinquenne, il 17 gennaio del 1788 e un “cittadino” Gio. Francesco Druetto morto l’8 germinale (28 marzo) 1799 all’età di cinquant’anni.

L’icona che così generosamente ha donato alla chiesa parrocchiale è il grande quadro ovale appeso sulla parete della navata sinistra.     Druetto lo donò come icona absidale e in effetti il grande quadro, per circa due secoli, fu appeso alla parete dell’abside, dietro l’altare maggiore.       Quando  don Capirone sostituì il tronetto dell’altare maggiore con il grande crocifisso in legno scolpito mise in ombra il quadro di San Giacomo.   Per questo motivo, con i restauri del 1971, il quadro fu spostato nella navata sinistra, al posto del soppresso altare del Sacro Cuore.

L’immagine raffigurata si rifà alla iconografia tipicamente spagnola della Vergine che appare a san Giacomo e quindi ci riporta alla tradizione della presenza di san Giacomo in Spagna come primo evangelizzatore di quelle terre.     Secondo questa tradizione, l’apostolo Giacomo, dopo la Pentecoste, si mise in viaggio per predicare la Buona Novella “fino ai confini della terra” secondo il mandato ricevuto da Gesù e giunse nella penisola iberica, allora l’ultimo lembo di terra conosciuto verso occidente.   Predicò il vangelo in tutta la Spagna e in particolare in Galizia; rientrato poi a Gerusalemme, fu martirizzato nel 44 d.C. da Erode Agrippa.    Il corpo dell’apostolo sarebbe poi stato riportato in Spagna, nella Galizia e sul luogo della sua sepoltura è sorto il grande santuario di Santiago de Compostela:

La predicazione di san Giacomo in Spagna non fu molto fruttuosa e l’apostolo, scoraggiato, pensava di rientrare anzitempo a Gerusalemme quando, nei pressi di Caesaraugustea, l’odierna Saragozza, il 2 gennaio del 40 d.C. gli apparve la Madonna su una colonna (in spagnolo pilar) che lo consolò esortandolo a non preoccuparsi per i risultati apparentemente minimi della sua predicazione e chiedendogli di edificare in quel luogo una cappella in suo onore, gli promise inoltre che il “Pilar” sarebbe rimasto in quel luogo fino alla fine dei tempi e mai a Saragozza sarebbero mancati gli adoratori di Cristo.   San Giacomo rimase in Spagna e intorno alla colonna su cui le era apparsa la Vergine costruì una chiesetta, che sarebbe pertanto la prima chiesa della cristianità dedicata a Maria, nei secoli successivi la chiesetta fu inglobata nella grande basilica che vediamo oggi.  Al suo interno, rivestiti in argento, ci sono i resti della primitiva cappella e il “Pilar”.      Ancora oggi la basilica della Madonna del Pilar a Saragozza è il più importante santuario mariano di Spagna.

Il nostro quadro raffigura fedelmente questa tradizione: vediamo infatti la Madonna con il Bambino in braccio che, tra nuvole e voli di angioletti, su alcune colonnine, appare a san Giacomo, inginocchiato e vestito del classico mantello da pellegrino sul quale spicca la conchiglia divenuta simbolo del santuario di Compostela; ai piedi del santo un angelo regge il bastone da pellegrino e un altro un libro aperto.    Tra l’altro lo stesso soggetto fu poi ripreso dal pittore Giovanni Silvestro in uno dei pannelli della cupola, una raffigurazione decisamente meno felice di quella del quadro.   Druetto volle che il quadro fosse “personalizzato”, infatti sulla sinistra di chi guarda si vede un tratto di pianura attraversata da un corso d’acqua, l’Orco, che lambisce una scarpata su cui sorge Rivarolo.   Da sinistra verso destra si vedono le torri del castello Malgrà, la strada che serpeggia verso il guado del torrente, le mura del borgo con la mole del Castellazzo, le chiese, i palazzi e i campanili (particolarmente evidente la nostra torre campanaria che svetta sulle case), sullo sfondo il profilo delle montagne canavesane.        San Giacomo con la mano destra indica a Maria il borgo di Rivarolo e allora ci piace pensare che il cavalier Druetto, più che ricordare l’apparizione del Pilar, abbia voluto come soggetto del quadro, San Giacomo che intercede presso la Vergine a favore della nostra città, secondo l’antica tradizione rivarolese che da sempre invoca San Giacomo “adiutor et protector noster”.

Riccardo Poletto

Segretario della Compagnia di San Giacomo

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