Bollettino Parrocchiale di Rivarolo

CATECHESI LITURGICA

ROBERT SARAH*

Cinquant’anni dopo la sua promulgazione da parte di Papa Paolo VI, si leggerà, infine, la costituzione del concilio Vaticano II sulla sacra liturgia? La Sacrosanctum concilium non è di fatto un semplice catalogo di “ricette” di riforme, ma una vera e propria magna charta di ogni azione liturgica. Il concilio ecumenico ci dà in essa una magistrale lezione di metodo. In effetti, lungi dall’accontentarsi di un approccio disciplinare ed esteriore alla liturgia, il concilio vuole farci contemplare ciò che è nella sua essenza. La pratica della Chiesa deriva sempre da quello che riceve e contempla nella rivelazione. La pastorale non si può disconnettere dalla dottrina. Nella Chiesa «ciò che proviene dall’azione è ordinato alla contemplazione» (cfr. n. 2). La costituzione conciliare ci invita a riscoprire l’origine trinitaria dell’opera liturgica. In effetti, il concilio stabilisce una continuità tra la missione di Cristo Redentore e la missione liturgica della Chiesa. «Come il Cristo fu inviato dal Padre, così anch’egli ha inviato gli apostoli» affinché «mediante il sacrificio e i sacramenti attorno ai quali gravita tutta la vita liturgica» attuino «l’opera di salvezza » (n. 6). Attuare la liturgia non è dunque altro che attuare l’opera di Cristo. La liturgia è nella sua essenza actio Christi: l’«opera della redenzione umana e della perfetta glorificazione di Dio» (n. 5). È Lui il grande sacerdote, il vero soggetto, il vero attore della liturgia (cfr. n. 7). Se questo principio vitale non viene accolto nella fede, si rischia di fare della liturgia un’opera umana, un’autocelebrazione della comunità. Al contrario, l’opera propria della Chiesa consiste nell’entrare nell’azione di Cristo, nell’iscriversi in quell’opera di cui egli ha ricevuto dal Padre la missione. Dunque «ci fu data la pienezza del culto divino », perché «la sua umanità, nell’unità della persona del Verbo, fu strumento della nostra salvezza» (n. 5). La Chiesa, corpo di Cristo, deve quindi divenire a sua volta uno strumento nelle mani del Verbo. Questo è il significato ultimo del concetto-chiave della costituzione conciliare: la participatio actuosa. Tale partecipazione consiste per la Chiesa nel diventare strumento di Cristo-sacerdote, al fine di partecipare alla sua missione trinitaria. La Chiesa partecipa attivamente all’opera liturgica di Cristo nella misura in cui ne è lo strumento. In tal senso, parlare di “comunità celebrante” non è privo di ambiguità e richiede vera cautela (cfr. Istruzione Redemptoris sacramentum , n. 42). La participatio actuosa non dovrebbe dunque essere intesa come la necessità di fare qualcosa. Su questo punto l’insegnamento del concilio è stato spesso deformato. Si tratta invece di lasciare che Cristo ci prenda e ci associ al suo sacrificio. La participatio liturgica deve perciò essere intesa come una grazia di Cristo che «associa sempre a sé la Chiesa» (Sacrosanctum concilium, n. 7). È Lui ad avere l’iniziativa e il primato. La Chiesa «l’invo ca come suo Signore e per mezzo di lui rende il culto all’eterno Padre» (n. 7). Il sacerdote deve dunque diventare questo strumento che lascia trasparire Cristo. Come ha da poco ricordato il nostro Papa Francesco, il celebrante non è il presentatore di uno spettacolo, non deve ricercare la simpatia dell’assemblea ponendosi di fronte a essa come il suo interlocutore principale. Entrare nello spirito del concilio significa al contrario cancellarsi, rinunciare a essere il punto focale. Contrariamente a quanto è stato a volte sostenuto, è del tutto conforme alla costituzione conciliare, è addirittura opportuno che, durante il rito della penitenza, il canto del Gloria, le orazioni e la preghiera eucaristica, tutti, sacerdote e fedeli, si voltino insieme verso Oriente, per esprimere la loro volontà di partecipare all’opera di culto e di redenzione compiuta da Cristo. Questo modo di fare potrebbe opportunamente essere messo in atto nelle cattedrali dove la vita liturgica deve essere esemplare (cfr. n. 41). Ben inteso, ci sono altre parti della messa in cui il sacerdote, agendo in persona Christi Capitis, entra in dialogo nuziale con l’assemblea. Ma questo faccia a faccia non ha altro fine che condurre a un tête-à-tête con Dio che, per mezzo della grazia dello Spirito Santo, diverrà un cuore a cuore. Il concilio propone così altri mezzi per favorire la partecipazione: «le acclamazioni dei fedeli, le risposte, il canto dei salmi, le antifone, i canti, nonché le azioni e i gesti e l’atteggiamento del corpo» (n. 30). Una lettura troppo rapida, e soprattutto troppo umana, ha portato a concludere che bisognava far sì che i fedeli fossero costantemente occupati. La mentalità occidentale contemporanea, modellata dalla tecnica e affascinata dai media, ha voluto fare della liturgia un’op era di pedagogia efficace e redditizia. In questo spirito, si è cercato di rendere le celebrazioni conviviali. Gli attori liturgici, animati da motivazioni pastorali, cercano a volte di fare opera didattica introducendo nelle celebrazioni elementi profani e spettacolari. Non si vedono forse fiorire testimonianze, messe in scena e applausi? Si crede così di favorire la partecipazione dei fedeli mentre di fatto si riduce la liturgia a un gioco umano. «Il silenzio non è una virtù, né il rumore un peccato, è vero», dice Thomas Merton, «ma il tumulto, la confusione e il rumore continui nella società moderna o in certe liturgie eucaristiche africane sono l’e s p re s s i o n e dell’atmosfera dei suoi peccati più gravi, della sua empietà, della sua disperazione. Un mondo di propaganda, di argomentazioni infinite, di invettive, di critiche, o semplicemente di chiacchiere, è un mondo nel quale la vita non vale la pena di essere vissuta. La messa diviene un baccano confuso; le preghiere un rumore esteriore o interiore» (Thomas Merton, Le signe de Jonas, Ed. Albin Michel, Paris, 1955, p. 322). Si corre il rischio reale di non lasciare alcun posto a Dio nelle nostre celebrazioni. Incorriamo nella tentazione degli ebrei nel deserto. Essi cercarono di crearsi un culto alla loro misura e alla loro altezza, e non dimentichiamo che finirono prostrati davanti all’idolo del vitello d’o ro . È tempo di metterci all’ascolto del concilio. La liturgia è «principalmente culto della maestà divina» (n. 33). Ha valore pedagogico nella misura in cui è completamente ordinata alla glorificazione di Dio e al culto divino. La liturgia ci pone realmente alla presenza della trascendenza divina. Partecipazione vera significa rinnovare in noi quello “stup ore” che san Giovanni Paolo II teneva in grande considerazione (cfr. Ecclesia de Eucharistia, n. 6). Questo stupore sacro, questo timore gioioso, richiede il nostro silenzio di fronte alla maestà divina. Si dimentica spesso che il silenzio sacro è uno dei mezzi indicati dal concilio per favorire la partecipazione. Se la liturgia è opera di Cristo, è necessario che il celebrante vi introduca i propri commenti? Ci si deve ricordare che, quando il messale autorizza un intervento, questo non deve diventare un discorso profano e umano, un commento più o meno sottile sull’attualità, o un saluto mondano alle persone presenti, ma una brevissima esortazione a entrare nel mistero (cfr. Presentazione generale del messale romano, n. 50). Quanto all’omelia, è essa stessa un atto liturgico che ha le sue proprie regole. La participatio actuosa all’opera di Cristo presuppone che si lasci il mondo profano per entrare nell’«azione sacra per eccellenza » (Sacrosanctum concilium, n. 7). Di fatto, «noi pretendiamo, con una certa arroganza, di restare nell’umano per entrare nel divino» (Robert Sarah, Dieu ou rien, p. 178). In tal senso, è deplorevole che il sacrario delle nostre chiese non sia un luogo strettamente riservato al culto divino, che vi si penetri in abiti profani, che lo spazio sacro non sia chiaramente delimitato dall’a rc h i t e t t u r a . Poiché, come insegna il concilio, Cristo è presente nella sua parola quando questa viene proclamata, è ugualmente deleterio che i lettori non abbiano un abbigliamento appropriato che mostri che non pronunciano parole umane ma una parola divina. La liturgia è una realtà fondamentalmente mistica e contemplativa, e di conseguenza fuori dalla portata della nostra azione umana; anche la participatio è una grazia di Dio. Pertanto, presuppone da parte nostra un’apertura al mistero celebrato. Così, la costituzione raccomanda la comprensione piena dei riti (cfr. n. 34) e al tempo stesso prescrive «che i fedeli sappiano recitare e cantare insieme, anche in lingua latina, le parti dell’ordinario della messa che spettano ad essi» (n. 54). In effetti, la comprensione dei riti non è opera della ragione umana lasciata a se stessa, che dovrebbe cogliere tutto, capire tutto, padroneggiare tutto. La comprensione dei riti sacri è quella del sensus fidei, che esercita la fede vivente attraverso il simbolo e che conosce per sintonia più che per concetto. Questa comprensione presuppone che ci si avvicini al mistero con umiltà. Ma si avrà il coraggio di seguire il concilio fino a questo punto? Una simile lettura, illuminata dalla fede, è però fondamentale per l’evangelizzazione. In effetti, «a coloro che sono fuori essa mostra la Chiesa, come vessillo innalzato di fronte alle nazioni, sotto il quale i figli di Dio dispersi possano raccogliersi » (n. 2). Essa deve smettere di essere un luogo di disobbedienza alle prescrizioni della Chiesa. Più specificatamente, non può essere un’o ccasione di lacerazioni tra cristiani. Le letture dialettiche della Sacrosanctum concilium, le ermeneutiche di rottura in un senso o nell’altro, non sono il frutto di uno spirito di fede. Il concilio non ha voluto rompere con le forme liturgiche ereditate dalla tradizione, anzi ha voluto approfondirle. La costituzione stabilisce che «le nuove forme scaturiscano organicamente, in qualche maniera, da quelle già esistenti» (n. 23). In tal senso, è necessario che quanti celebrano secondo l’usus antiquior lo facciano senza spirito di opposizione, e dunque nello spirito della Sacrosanctum concilium. Allo stesso modo, sarebbe sbagliato considerare la forma straordinaria del rito romano come derivante da un’altra teologia che non sia la liturgia riformata. Sarebbe anche auspicabile che s’inserisse come allegato di una prossima edizione del messale il rito della penitenza e l’offertorio dell’usus antiquior al fine di sottolineare che le due forme liturgiche s’illuminano a vicenda, in continuità e senza opposizione. Se vivremo in questo spirito, allora la liturgia smetterà di essere il luogo delle rivalità e delle critiche, per farci infine partecipare attivamente a quella liturgia «che viene celebrata nella santa città di Gerusalemme, verso la quale tendiamo come pellegrini, dove il Cristo siede […] quale ministro del santuario» (n. 8).

*Cardinale prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti © Osservatore Romano – 12 giugno 2015

Parliamo ancora dello “Scambio di pace” nella S.Messa

 

Nel Bollettino di Pasqua 2013  avevo già pubblicato un contributo circa lo scambio di pace nel Rito Romano. In quell’articolo evidenziavo brevemente l’origine storica del gesto, il rapporto con i riti di comunione, il significato liturgico del gesto e le indicazioni contenute al numero 49 dell’Esortazione apostolica Sacramentum caritatis.

 

Anche il nostro Vescovo più volte è intervenuto sull’argomento, sottolineando in particolare l’importanza del momento della Fractio panis, spesso sovrapposto allo scambio di pace. (Si veda ad esempio l’Asterisco del 21/02/2013).

 

Nelle omelie delle ultime prime comunioni ero ancora tornato sull’argomento evidenziando come la pace che ci scambiamo non è qualcosa di nostro, ma proviene direttamente dall’altare, dall’ostia consacrata. E’ la pace che dona il Signore Gesù e che noi diamo perché prima abbiamo ricevuto dal Signore stesso. Diventa così importante, dal punto di vista rituale, che venga meglio esplicitato che il segno parte dall’altare e quindi dal sacerdote.

 

L’8 giugno scorso la Congregazione per il culto divino e la Disciplina dei Sacramenti ha pubblicato una lettera circolare sull’espressione rituale del dono della pace nella Messa. Il documento, dopo aver tracciato brevemente il significato evangelico della pace, ricorda che “nella tradizione liturgica romana lo scambio della pace è collocato prima della Comunione con un suo specifico significato teologico. Esso trova il suo punto di riferimento nella contemplazione eucaristica del mistero pasquale – diversamente da come fanno altre famiglie liturgiche che si ispirano al brano evangelico di Matteo (cf. Mt 5, 23) – presentandosi così come il “bacio pasquale” di Cristo risorto presente sull’altare”. La Congregazione per il culto, ponendosi in continuità con l’esortazione Sacramentum caritatis e dopo aver interpellato i vescovi di tutto il mondo, “offre alcune disposizioni pratiche per meglio esprimere il contenuto dello scambio della pace e per moderare le sue espressioni eccessive che suscitano confusione nell’assemblea liturgica proprio prima della Comunione”.

 

La lettera elenca, quindi, le disposizioni da seguire circa lo scambio di pace:

  1. “Il rito della pace possiede già il suo profondo significato di preghiera e offerta della pace nel contesto dell’Eucaristia. Uno scambio della pace correttamente compiuto tra i partecipanti alla Messa arricchisce di significato e conferisce espressività al rito stesso. Pertanto, è del tutto legittimo asserire che non si tratta di invitare “meccanicamente” a scambiarsi il segno della pace. Se si prevede che esso non si svolgerà adeguatamente a motivo delle concrete circostanze o si ritiene pedagogicamente sensato non realizzarlo in determinate occasioni, si può omettere e talora deve essere omesso”.
  2. “Le Conferenze dei Vescovi considerino se non sia il caso di cambiare il modo di darsi la pace stabilito a suo tempo. Per esempio, in quei luoghi dove si optò per gesti familiari e profani del saluto, dopo l’esperienza di questi anni, essi potrebbero essere sostituiti con altri gesti più specifici”.
  3. Ad ogni modo, sarà necessario che nel momento dello scambio della pace si evitino definitivamente alcuni abusi come: L’introduzione di un “canto per la pace”, inesistente nel Rito romano; lo spostamento dei fedeli dal loro posto per scambiarsi il segno della pace tra loro; l’allontanamento del sacerdote dall’altare per dare la pace a qualche fedele; che in alcune circostanze, come la solennità di Pasqua e di Natale, o durante le celebrazioni rituali, come il Battesimo, la Prima Comunione, la Confermazione, il Matrimonio, le sacre Ordinazioni, le Professioni religiose e le Esequie, lo scambio della pace sia occasione per esprimere congratulazioni, auguri o condoglianze tra i presenti”.

 

Dopo aver dato queste indicazioni, la lettera invita i vescovi a preparare catechesi liturgiche sul significato del rito della pace e sul suo corretto svolgimento nella celebrazione della S.Messa ed esorta i sacerdoti a voler considerare e approfondire il significato spirituale del rito della pace nell’opportuna catechesi ai fedeli. Poiché il Bollettino parrocchiale è anche uno strumento di catechesi ho ritenuto doveroso pubblicare queste indicazioni. Il nostro vescovo, a tempo opportuno, ci darà ulteriori indicazioni per la corretta celebrazione del rito della pace nelle nostre SS.Messe. Nel mentre, in questo anno pastorale, invito tutti coloro che sono impegnati nella catechesi parrocchiale: sacerdoti, religiose, catechisti, educatori ed animatori a prendere in considerazione le indicazioni della Congregazione per il culto e predisporre, nel programma di catechesi, opportuni momenti di spiegazione del significato teologico e liturgico dello scambio di pace nella S.Messa.

 

d.R.

 

Perché celebrare le SS.Messe in suffragio dei defunti?

Prima della venuta di Cristo gli inferi, diversi dall’inferno della dannazione, erano la dimora di tutti coloro che erano morti, giusti e cattivi. Con la sua morte Cristo vince il peccato, discende agli inferi e libera le anime dei giusti che attendevano la redenzione portandole con sé in paradiso. Con la sua risurrezione il Cristo conferma la sua divinità e, da quel momento, noi attendiamo la sua ultima venuta, alla fine dei tempi, quando egli risusciterà anche i nostri corpi. Infatti, con la morte, la nostra anima immortale si separa dal corpo mortale e va incontro al giudizio particolare di Dio, in attesa del giudizio finale e della risurrezione dei corpi. Con il giudizio particolare l’anima può essere destinata alla beatitudine, alla dannazione oppure alla purificazione. Il purgatorio è lo stato di quanti, sicuri della loro salvezza, hanno ancora bisogno di purificazione. Quando noi celebriamo i funerali dei nostri cari annunciamo la speranza cristiana nella risurrezione e preghiamo per la purificazione della loro anima. La preghiera di suffragio indica, infatti, il soccorso prestato da un vivente ad un’anima sofferente nel Purgatorio, per aiutarla a scontare la pena temporale e a purificarsi per entrare nel Paradiso. Il Sinodo di Arras (1025) ammette che un vivo possa, con le sue opere buone, aiutare l’anima di un defunto, impossibilitato ormai a far ciò direttamente. Il I° Concilio di Lione (1245) insegna l’esistenza del Purgatorio e la possibilità del suffragio. Il 2° Concilio di Lione (1274) ritorna su questa dottrina e specifica le opere più utili per suffragare le anime del Purgatorio: la S. Messa, le elemosine, le altre opere di pietà approvate dalla tra­dizione della Chiesa. L’elemosina è, come la S.Messa, un’opera soddi­sfattoria, che può essere offerta in ripa­razione del peccato, dal momento che costa sacrificio. Ed è proprio in questo senso che essa ha valore: non conta tan­to la quantità di ciò che si dà, quanto, e più, il sacrificio che ne deriva a chi dà. Nel 1439, il Concilio di Firenze ripete quasi alla let­tera le espressioni del Concilio di Lione. Sisto IV (1476) afferma che le in­dulgenze possono essere applicate anche alle anime dei defunti. Il Concilio di Trento, dovendo com­battere gli errori dei Protestanti, ha definitivamente dichiarato che i suf­fragi sono possibili e che, tra essi, il primo posto lo tiene la S. Messa, il cui valore soddisfattorio si può estendere tanto ai vivi quanto ai defunti.

I Padri, la liturgia, i dottori scolastici si riallacciano sempre all’uso della Chiesa di prega­re per i defunti durante il Santo Sacrificio; uso antichissimo che prova la ferma persuasione di compiere un’azione in perfetta armonia con l’insegnamento apostolico e la Rivelazione divina. S. Agostino ci richiama all’uso litur­gico di pronunziare i nomi dei defun­ti, durante il S. Sacrificio, in un posto e in un senso diverso da quello dei mar­tiri. Secondo S. Gregorio le anime che, pur essendo in grazia, hanno ancora da soddisfare la giustizia divina, pos­sono essere soccorse dalla S. Messa. S. Giovanni Crisostomo afferma riso­lutamente l’utilità dei suffragi, che consistono soprattutto nelle preghie­re, nelle elemosine, nel S. Sacrificio. S. Efrem, esponente della Chiesa si­riaca, si rivolge nel suo testamento ai fratelli perché lo ricordino al Signore, e in tal modo lo soccorrano nelle pro­ve dell’altra vita. Fin dall’inizio, durante la celebrazio­ne dei divini misteri, si leggevano i no­mi dei defunti che si volevano ricorda­re al Signore. Più tardi si ebbero formu­lari interi di Messe per i defunti. Ancor oggi, specialmente le orazioni delle tre Messe del 2 novembre, sono una prova evidente dell’importanza dei suffragi. S. Tommaso d’Aquino afferma che i suffragi non giovano ai Santi del cielo: essi infatti, avendo raggiunto il loro ul­time fine, non ne hanno più bisogno. Di conseguenza, le uniche che pos­sono essere soccorse dai nostri suffra­gi sono le anime del Purgatorio. Esse sono unite a noi dalla carità e hanno maggior bisogno di noi, poiché non possono affatto aiutare se stesse. Noi possiamo pregare per le anime del Purgatorio, in particolare offrendo il sacrificio eucaristico per loro; dal canto loro le ani­me ci ricambieranno con le loro preghiere quando saranno nella vi­sione di Dio.

Un ultimo riferimento va fatto per le messe gregoriane: L’origine di questa prassi (= 30 Messe consecutive in suffragio di un defunto) risale a san Gregorio Magno († 604). Nel IV libro dei Dialoghi, a lui attribuito, si narra di un monaco morto senza riconciliazione con la Chiesa dopo aver commesso un grave peccato contro la povertà. Dopo trenta giorni durante i quali era stata celebrata per lui una Messa quotidiana di suffragio apparve ad un confratello annunciando la sua liberazione dalle pene del purgatorio (cfr. Dialoghi IV, 55). Il racconto esprime una prassi che si è diffusa a partire dall’anno mille. Questa pia e antica tradizione esprime una grande fede nel valore del sacrificio di Cristo. Ricordiamo i nostri cari, offrendo per loro anche il suffragio delle messe gregoriane.

 

 

“Scambiatevi un segno di pace”

LO SCAMBIO DI PACE NEL RITO ROMANO

Il Sacerdote, allargando e ricongiungendo le mani, dice: La Pace del Signore sia sempre con voi. Il popolo risponde: E con il tuo spirito. Se si ritiene opportuno, il diacono o il sacerdote aggiunge: Scambiatevi un segno di pace”.

Con queste parole il Messale Romano introduce lo scambio di pace, collocato all’interno dei Riti di Comunione. In realtà soltanto il Rito Romano colloca lo scambio di pace prima della comunione, mentre nei Riti Orientali e nel Rito Ambrosiano (che è di derivazione orientale), lo scambio di pace è collocato prima dell’Offertorio, seguendo l’insegnamento del Signore: “Se dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono” (Mt 5,23-24). Nel Rito Romano invece lo scambio di pace è collegato, da un lato, alle parole del Padre nostro: “e rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori” e dalla preghiera del sacerdote: “Liberaci, o Signore, da tutti i mali, concedi la pace ai nostri giorni… Signore Gesù Cristo, che hai detto ai tuoi apostoli: vi lascio la pace, vi do la mia pace, non guardare ai nostri peccati, ma alla fede della tua Chiesa, e donale unità e pace secondo la tua volontà“;  e dall’altro con la comunione, annunciando in questo modo che la pace che ci scambiamo è dono del Signore e segno della comunione con Lui. L’uso lodevole di scambiarsi a vicenda la pace con la formula: La pace sia con te – E con il tuo spirito, esprime molto bene come ciò che ci scambiamo sia la pace che riceviamo dal Signore e non qualcosa di nostro. Le preghiere che legano il Padre nostro alla frazione del pane ci ricordano che l’Eucaristia è per sua natura Sacramento della pace (in Cristo si è fatta pace fra Dio e gli uomini) e il gesto di scambiarsi la pace, che rimane comunque facoltativo, esprime sotto forma di segno ciò che le preghiere dicono. In questo punto del rito, contrariamente a quanto a volte avviene, la liturgia non prevede un canto, ma esclusivamente il sobrio gesto dello scambio di pace, invece è previsto il canto dell’Agnello di Dio che accompagna il ben più importante rito della Fratio panis.

Il primo Ordo Romano (IX secolo circa), il quale disciplina lo svolgimento della Messa, prescrive che il bacio di pace, così si chiamava allora lo scambio di pace, parta dall’altare come un dono proveniente dal Santissimo e venga trasmesso “ceteri per ordinem  et populus“, ovvero agli altri ministri ed al popolo. Proprio come la comunione al Corpo di Cristo, al quale si nutre prima il sacerdote e poi dall’altare il sacerdote prende l’agnello immolato per nutrire il suo popolo, così anche il dono della pace parte dallo stesso celebrante. Egli lo riceveva per primo, infatti era previsto che il celebrante baciasse prima di tutto l’altare “osculato altari dat pacem astanti” e, successivamente, trasmettesse il bacio di pace. Addirittura in Francia, fino al XVI secolo, si baciava di regola l’Ostia consacrata. Nel Medioevo il bacio di pace, divenne, a poco a poco, una specie di sostituzione della comunione: in questo modo esso esprimeva, a livello di segno, la comunione con Cristo e con i fratelli che in quel momento della Messa si voleva celebrare. Ancora oggi fra i membri del clero si è conservato l’uso di scambiarsi la pace con un abbraccio appena accennato a ricordo dell’antico “bacio di pace”.

L’esortazione apostolica Sacramentum caritatis al numero 49 ci insegna che: “Si tratta indubbiamente di un segno di grande valore. Nel nostro tempo, così spaventosamente carico di conflitti, questo gesto acquista, anche dal punto di vista della sensibilità comune, un particolare rilievo in quanto la Chiesa avverte sempre più come compito proprio quello di implorare dal Signore il dono della pace e dell’unità per se stessa e per l’intera famiglia umana. La pace è certamente un anelito insopprimibile, presente nel cuore di ciascuno. La Chiesa si fa voce della domanda di pace e di riconciliazione che sale dall’animo di ogni persona di buona volontà, rivolgendola a Colui che « è la nostra pace » (Ef 2,14) e che può rappacificare popoli e persone, anche dove falliscono i tentativi umani. Da tutto ciò si comprende l’intensità con cui spesso il rito della pace è sentito nella Celebrazione liturgica. A questo proposito, tuttavia, durante il Sinodo dei Vescovi è stata rilevata l’opportunità di moderare questo gesto, che può assumere espressioni eccessive, suscitando qualche confusione nell’assemblea proprio prima della Comunione. È bene ricordare come non tolga nulla all’alto valore del gesto la sobrietà necessaria a mantenere un clima adatto alla celebrazione, per esempio facendo in modo di limitare lo scambio della pace a chi sta più vicino“.

Accogliamo l’invito della Chiesa a vivere questo gesto così semplice, ma al tempo stesso così importante, con la dovuta devozione ed il necessario raccoglimento affinchè il rito della pace, che anticipa spiritualmente la comunione con Cristo, ci prepari alla comunione reale con il Corpo di Cristo.

d.R.

 

 

ITE, MISSA EST

 

“La Messa è finita. Nel nome del Signore andate in pace”

I RITI DI CONGEDO NEL RITO ROMANO

 

Il Diacono, o il Sacerdote stesso, rivolto verso il popolo, a mani giunte dice: La Messa è finita: andate in pace. Il popolo risponde: Rendiamo grazie a Dio”.

Con queste parole il Messale Romano codifica il congedo del popolo al termine della S.Messa, “perchè ognuno ritorni alle sue opere di bene lodando e benedicendo Dio” (Ordinamento del Messale, n° 90). Presso i Romani era norma consueta in tutte le adunanze pubbliche, che nessuno dei presenti potesse ritirarsi senza la previa licenza di chi presiedeva. Secondo l’Abate di Solesmes Dom Prosper Guéranger (1805-1875): “Tale formula, usata dalla Chiesa, era adoperata dai Romani nelle assemblee pubbliche, per annunziare che la riunione era terminata. Così queste parole: Ite, concio missa est, volevano dire: “Andate, l’assemblea è terminata”. Nei primi secoli non si usava la parola Messa per designar il santo Sacrificio dell’altare. I fedeli si riunivano per il Sacrificio e, quando questo era terminato, il diacono congedava l’assemblea, come soleva farsi in ogni riunione pubblica. Più tardi introducendosi la parola missa, e, mettendo una “M” maiuscola a questa formula: Ite, Missa est, si tradusse: “Andate, la Messa è detta”. (da: Spiegazione della Santa Messa). Senza entrare nel merito dell’origine storico-liturgica della formula Ite, Missa est, le parole con le quali si conclude la S.Messa hanno acquisito nel corso dei secoli un profondo significato spirituale. Come all’inizio del Sacrificio eucaristico, dopo il segno di croce, il sacerdote saluta i fedeli con una formula codificata: “Il Signore sia con voi – oppure se è il Vescovo – La pace sia con voi, indicando così che il ritrovo non è una semplice riunione di persone, ma una santa convocazione fatta dal Signore stesso. Così anche la conclusione della Messa ha una sua formula codificata per indicare che è il Signore stesso che, dopo la benedizione, congeda i suoi fedeli. Un congedo fatto con una parola – andate in pace – che riassume l’anelito profondo di ogni uomo. La liturgia ha la capacità di evitare ogni banalità e di portarci fuori dalla dimensione puramente umana e quotidiana, che viviamo ogni giorno, per condurci all’incontro con Dio. Il tempo della liturgia è tempo sacro, e, non a caso, lo viviamo in un luogo sacro, che è la chiesa. Sarebbe pertanto assurdo pensare di iniziare la S.Messa con formule di saluto convenzionali quali buon giorno! o buona sera! oppure concluderla con arrivederci! o buona giornata! Il Deo gratias, Rendiamo grazie a Dio, con il quale si risponde al sacerdote, esprime il ringraziamento e la gioia del fedele per il mistero al quale ha assistito e del quale, per grazia di Dio, ne è diventato pienamente partecipe. Una gioia che è anche manifestata dalle varie melodie gregoriane con le quali si possono cantare queste formule di congedo, pensiamo ad esempio all’Ite, Missa est della Messa de Angelis o della Messa di Pasqua. Accogliamo, pertanto, il saluto che conclude la S.Messa come un vero augurio di pace e di gioia che il Signore ci rivolge e operiamo perchè la sua benedizione possa manifestare autentici frutti nelle nostre opere.

 

d.R.

 

COME SI RICEVE LA SANTA COMUNIONE

 

Forse perché fatto per abitudine, a volte perché distratti, oppure perché effettivamente non ci ricordiamo più ciò che abbiamo imparato da piccoli, capita sempre più spesso di vedere persone che vanno a ricevere la Comunione nei modi più diversi, dando l’impressione, a chi la distribuisce, di non sapere bene come fare per ricevere il Corpo di Cristo. Già il nostro Vescovo era intervenuto sul tema nella rubrica “asterischi” (vedi Bollettino Pasqua 2013 a pag.19). E’ opportuno, quindi, rammentare quali sono le norme della Chiesa che disciplinano la distribuzione dell’Eucaristia. 

La prima cosa che dobbiamo ricordarci è che l’Eucaristia si riceve e non si va a prendere. E’ Cristo che nutre il suo corpo, la Chiesa, con il Pane disceso dal cielo, che è il suo Corpo dato per noi.

         I fedeli possono ricevere l’Eucaristia in ginocchio o in piedi. Quando però si comunicano stando in piedi, prima di ricevere il Sacramento, devono fare la genuflessione oppure la debita riverenza.

         Il modo consueto di deporre la particola sulla lingua del fedeli è, e rimane sempre nella prassi della Chiesa, il modo primario con cui ricevere la Santa Comunione. Esso ben esprime il fatto che Dio ci nutre con questo cibo proprio come una madre nutre, imboccando, il suo piccolo.

Il fedele che desidera ricevere la Comunione sulla mano deve innanzitutto avere le mani pulite. Presenta al sacerdote entrambe le mani,tenendole bene aperte e ponendole una sull’altra (la sinistra sopra la destra). Entrambe le mani devono esprimere un gesto di accoglienza, non possono restare appoggiate al corpo ma devono essere protese verso il sacerdote. Mentre riceve con rispetto e devozione il Corpo di Cristo risponde “Amen”. L’”Amen” è una professione di fede, vuol dire “credo”, “è realmente così”. Quindi, davanti al sacerdote, porta subito sulla bocca l’ostia consacrata prendendola con il pollice e l’indice della mano destra dal palmo della mano sinistra. Nessuno si allontani portando in mano le specie eucaristiche. Qualora sulla mano rimanessero frammenti anche piccoli di Ostia, devono essere ingeriti e non gettati a terra perchè sono comunque il Corpo del Signore. E’ quindi doveroso verificare ogni volta che si riceve la Santa Comunione che non vi siano frammenti sul palmo della mano. Normalmente si usa il piattino per la Comunione dei fedeli per evitare che la sacra ostia o qualche suo frammento cada a terra. Non si prende l’Ostia dalle mani del sacerdote ma la si riceve sul palmo della mano. L’Ostia non si stringe tra le mani e non si spezza per nessun motivo prima di ingerirla. La compostezza dei gesti è segno esterno della fede, è testimonianza verso i fratelli, esempio per i più piccoli e segno della venerazione interiore verso l’Eucarestia.

 

LITURGIA Fonte e culmine della vita della Chiesa

In questo Anno della Fede, che ricorda i cinquant’anni dall’inizio del Concilio Ecumenico Vaticano  II e i vent’anni dalla pubblicazione dell’ultima edizione del Catechismo della Chiesa Cattolica, il Santo Padre Benedetto XVI ci invita a tornare alla “lettera” del Concilio. Ovvero siamo chiamati a rileggere i documenti del Concilio e a riflettere su quanto ci insegnano. La giusta chiave di lettura di questi scritti è quella della continuità con i documenti dei precedenti Concilii – il Vaticano II è il 21° – e dell’interpretazione autorevole del Magistero della Chiesa.

Il 12 ottobre abbiamo iniziato gli incontri sulla prima Costituzione del Concilio, la Sacrosanctum Concilium,  che ha come tema la liturgia. In questi incontri mensili ci siamo proposti innanzitutto di leggere integralmente il documento per rispondere alla domanda: Che cosa ha detto il Concilio sulla Liturgia?

Parlare di liturgia vuol dire andare al cuore del Mistero cristiano: la mediazione della liturgia ci offre infatti la possibilità di entrare in contatto con Dio, di accogliere la sua presenza e di ricevere i frutti della salvezza, conquistata per noi da Cristo sulla croce. La liturgia unisce insieme la dimensione umana, visibile, con la dimensione divina, invisibile e “contribuisce in sommo grado a che i fedeli esprimano nella loro vita e manifestino agli altri il mistero di Cristo e la genuina natura della vera Chiesa”. (SC 2). Non dobbiamo mai dimenticare che ciò che celebriamo è cio che crediamo (lex orandi, lex credendi). Custodire integra la liturgia così come l’abbiamo ricevuta è garanzia per rimanere anche nella retta fede. Fede e liturgia camminano insieme, si ricevono e si trasmettono come un dono di Dio. Nella liturgia, celebrando i misteri di Cristo, noi annunciamo la Parola di Dio e, sempre nella liturgia, noi facciamo esperienza della carità, attingendo alla fonte dell’amore che è Dio. La liturgia è dunque il luogo primario dell’annuncio, della preghiera e della carità!

         All’udienza generale dello scorso 3 ottobre, Benedetto XVI ha voluto sottolineare la centralità della liturgia, e ha insegnato che essa “non è una specie di ‘auto-manifestazione’ di una comunità“, ma “implica universalità e questo carattere universale deve entrare sempre di nuovo nella consapevolezza di tutti. La liturgia cristiana è il culto del tempio universale che è Cristo Risorto, le cui braccia sono distese sulla croce per attirare tutti nell’abbraccio dell’amore eterno di Dio. E’ il culto del cielo aperto“.

Fra i principi per la promozione della liturgia il Concilio indica la necessità della formazione liturgica e dell’educazione alla partecipazione attiva. Su quest’ultimo tema, spesso, si è fatta confusione. Per partecipazione attiva non si intende tanto il “fare qualcosa nella liturgia” quanto il curare la liturgia affinchè vi sia un’intima consapevolezza del mistero che si celebra. La partecipazione si ottiene attraverso  parole, azioni, gesti, atteggiamenti del corpo, decoro del luogo dove si celebra e anche il silenzio. Per partecipare non è necessario “capire tutto”, quanto essere consapevoli che nella liturgia si è alla presenza di Dio, e noi non possiamo capire tutto del mistero di Dio.

Quando si celebra è importante ricordarci che siamo in comunione con tutta la Chiesa diffusa nel mondo, che siamo in comunione di fede e di carità con la Chiesa di Roma, che è nostra madre. Per questo motivo il Concilio raccomanda vivamente di conservare l’uso del latino (SC 36) e di curare che “i fedeli sappiano recitare e cantare insieme in lingua latina le parti dell’ordinario della Messa che spettano ad essi” (SC 54). L’uso della lingua nazionale è raccomandato specialmente per la proclamazione della Parola di Dio.

Il Concilio ha poi auspicato una riforma dei Riti tenendo presente “la sana tradizione e il legittimo progresso” (SC 23). Una riforma che ha portato molti frutti in questi anni e che dobbiamo accogliere come un coerente sviluppo di ciò che ci ha preceduto. Parlare di riti vuol dire riflettere su manifestazioni esteriori della fede. Il rito è per sua natura qualcosa che si ripete sempre identico: in questo ripetersi si esprimono i dogmi della fede e le verità rivelate che sono immutabili. Unica è la fede, molti sono i riti. In quanto nessun rito riesce a cogliere tutto della fede, ma ogni forma rituale ci aiuta a percepire qualcosa dell’ineffabile mistero di Dio. Ecco perché nella chiesa esistono più riti. Noi apparteniamo alla famiglia dei Riti Latini, in quanto abbiamo nel vescovo di Roma, successore dell’Apostolo Pietro, il custode ed il sommo liturgo. Le liturgie papali sono modello per le nostre liturgie. Nella famiglia dei Riti Latini noi troviamo il Rito Romano (nelle sue forme ordinaria e straordinaria), il Rito Ambrosiano (che ha come modello la liturgia celebrata da S.Ambrogio), il Rito Mozarabico (proprio di alcune regioni della Spagna). Esistono per le Chiese orientali altre famiglie rituali che si possono ricondurre, nella loro origine, alle antiche sedi primaziali di Alessandria, di Antiochia e di Bisanzio. Il rito diventa così espressione dell’ecclesialità e dunque non può essere costruito o lasciato alla creatività del singolo, ma lo si riceve per tramandarlo, proprio come la fede.

ALCUNE QUESTIONI DI LITURGIA

Durante gli incontri formativi del venerdì sulla liturgia è emerso anche il tema della  “Messa in latino”, la richiesta di approfondimenti sul rito di “Pio V” e il significato dell’uso degli altari antichi nelle nostre chiese.  Due delle innovazioni liturgiche che l’opinione comune attribuisce al Concilio, ovvero il Messale interamente in lingua corrente e l’altare collocato tra il sacerdote e il popolo, non si trovano in alcun documento del Vaticano II. Negli anni successivi al Concilio si ritenne che tradurre l’intera Messa in lingua corrente e collocare l’altare verso il popolo avrebbe aiutato i fedeli ad una miglior partecipazione. In realtà questo è avvenuto a beneficio di tutti. Tuttavia, oggi pare urgente recuperare alcune dimensioni della ritualità rimaste in ombra e non sufficientemente valorizzate. Il rito per sua natura è fatto non solo di parole, ma soprattutto di segni e gesti che rimandano, come simboli, ad altra realtà più profonda. E’ importante che su questi temi possiamo chiarirci bene le idee e riusciamo a superare inutili contrapposizioni e luoghi comuni che non ci aiutano a crescere come comunità cristiana. I tempi sono maturi per affrontare questi argomenti con serenità, cercando di cogliere il positivo che può arricchire la nostra fede.

Il tema della “Messa in latino”

L’espressione “Messa in latino” è del tutto imprecisa. Si può riferire sia al rito della Chiesa a partire dal III-IV secolo (quando la liturgia originariamente in greco fu tradotta in latino), sia all’attuale Messa “ordinaria” in vigore dal 1970, detta Novus Ordo, che può essere celebrata nel latino in cui il nuovo messale è stato emanato. (L’ultima edizione è del 2000). Tutti i libri liturgici sono infatti pubblicati in latino e solo successivamente, a richiesta dei vescovi, tradotti in lingua volgare. Non esiste quindi una “lingua sacra”, ma una lingua “liturgica”. Abbiamo mutuato questa categoria dagli ebrei, i quali nel culto sinagogale proclamavano le letture in un ebraico che il popolo non era più in grado di capire, ripetendole poi successivamente, a scopo didattico, in aramaico, la lingua del volgo. Anche nel rito romano vi è per la lingua latina lo stesso ossequio. Come mai? Fondamentalmente perché una lingua non correntemente parlata, non essendo soggetta a mutamenti, garantisce una certa precisione di linguaggio. Ogni traduzione è pur sempre un’interpretazione e quindi porta con sé il rischio di tradire il significato originale dei termini.

Che cosa dice il Concilio sull’uso della lingua latina? L’uso della lingua latina nelle nostre liturgie è stato raccomandato dal Concilio Vaticano II, soprattutto nelle parti dell’Ordinario, cioè fisse in ogni Messa (saluti iniziali e atto penitenziale, Gloria, Credo, Santo, Preghiera eucaristica, Padre nostro, Agnello di Dio, benedizione finale). Il Concilio raccomanda l’uso della lingua volgare nelle parti variabili della Messa (in particolare le letture e le orazioni). Un saggio principio che unisce insieme tradizione e legittimo progresso. In questi quarant’anni dalla Riforma liturgica, l’uso della lingua parlata ha aiutato i fedeli ad una miglior comprensione razionale dei testi liturgici e della Parola di Dio proclamata nelle celebrazioni. Oggi, che questa comprensione è stata in gran parte acquisita, la proclamazione di alcuni testi nella lingua latina non pone più ostacoli, in quanto già conosciuti nella lingua volgare e, soprattutto per quanto riguarda le parti dell’ordinario, sempre uguali in ogni messa. Pare, quindi, importante valorizzare alcuni aspetti della liturgia spesso dimenticati o non sufficientemente presi in considerazione. Primo fra tutti il fatto che la liturgia non è il catechismo, dove si va per imparare e comprendere, ma è il luogo dell’adorazione di Dio. Alcune formule e preghiere liturgiche in latino caratterizzano fortemente alcuni momenti rituali. In questo caso il “capire” non riguarda tanto le parole che si dicono, quanto il “che cosa” sto facendo in quel momento. (Pensiamo ad esempio il Tantum ergo che prepara i cuori alla Benedizione eucaristica, oppure il Dominus vobiscum che introduce ad un momento forte della liturgia oppure l’ite missa est che conclude la Messa). E’ indispensabile favorire la rinascita del sacro nei cuori, ossia la percezione che Dio è presente tra noi e quindi il culto è divino, la liturgia è sacra se riconosce la Sua presenza, cioè la adora, e implica gli atteggiamenti conseguenti: inginocchiarsi, raccogliersi, far silenzio, ascoltare, pregare e cantare con testi che non sono nostri, ma ci vengono trasmessi da chi ci ha preceduto a testimonianza della fede. Non dimentichiamo che l’uso della lingua latina nella celebrazione liturgica fa parte di ciò che S. Tommaso d’Aquino nella Summa chiama la solemnitas: “utile nei sacramenti a eccitare la devozione e il rispetto in coloro che li ricevono”. Molte formule liturgiche, prese letteralmente non dicono nulla, ma nel contesto celebrativo assumono la loro importanza.  Nella liturgia è Cristo che prega il Padre e noi ci uniamo, come Chiesa – Corpo di Cristo – all’unica preghiera del Figlio. L’uso del latino ci ricorda che la Chiesa nella quale siamo stati “innestati” è cattolica, cioè universale, e ad essa appartengono, in virtù  del Battesimo, “uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione (Ap 5,9), acquistati a Dio dal sangue di Cristo immolato per noi sulla croce. Con il latino noi possiamo oggi anche recuperare tutta la tradizione dei canti gregoriani, nati nel seno della Chiesa e da essa tramandati come manifestazione della propria fede. Con il latino noi abbiamo una lingua comune che unisce in un solo spirito credenti appartenenti a paesi e lingue diversi.  Non dobbiamo dunque aver paura a riaprire questo scrigno che ci viene dalla tradizione della Chiesa e, con rinnovato impegno, continueremo a fare quel che Gesù dice, deve fare lo scriba saggio del Regno: “trae dal suo tesoro cose antiche e cose nuove” (Mt 13,52).

Il Rito Romano nella forma straordinaria

La dizione di “Messa in latino” è anche la più diffusa nel linguaggio comune  per denotare la Messa secondo il Vetus Ordo (= vecchio ordine), anteriore alle riforme liturgiche del post-concilio, rito detto anche tridentino o di S. Pio V: altre due espressioni improprie, poiché papa S. Pio V emanò, è vero, un messale a seguito del Concilio di Trento, ma in realtà si limitò a fissare un rito già in uso a Roma da secoli. Esso risaliva, nei suoi elementi essenziali, almeno a mille anni prima (ossia a quindici secoli fa).

Il Motu proprio Summorum pontificum di Papa Benedetto XVI, del 7 luglio 2007, ha permesso la celebrazione della Santa Messa secondo il Messale in uso all’epoca del Concilio Vaticano II e ha coniato l’espressione di “forma straordinaria del rito romano” per indicare questa forma celebrativa del rito romano. Il Papa incoraggia e promuove la diffusione del Messale del 1962 non solo per un atto di giustizia verso gli avi, che ci hanno trasmesso questo tesoro: “Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande” (Cfr. Lettera di Papa Benedetto XVI ai vescovi per presentare il motu proprio), ma anche per un arricchimento dei fedeli. Infatti è possibile trarre nutrimento spirituale tenendo insieme l’attuale forma ordinaria del rito romano e quella straordinaria, per vedere il buono e il bello in ogni elemento liturgico, antico o nuovo che sia.

Alcune caratteristiche del Rito Romano nella forma straordinaria:

  1. L’orientamento del Sacerdote e del popolo verso Dio, raffigurato visivamente dalla croce posta al centro dell’altare. Il celebrante in alcune parti della Messa interagisce con l’assemblea, in altre guida e conduce il Popolo al cospetto del suo Dio.
  2. L’atto penitenziale più articolato che prevede una doppia confessione dei propri peccati: del sacerdote al popolo e del popolo al sacerdote.
  3. La preghiera eucaristica che è unica (Canone romano) e che viene recitata sotto voce dal sacerdote da dopo il canto del Santo al Per Cristo escluso, prevedendo pertanto l’adorazione eucaristica all’interno della Messa stessa.
  4. L’uso della lingua latina e del canto gregoriano.

Il tema dell’orientamento della preghiera nella liturgia

In questi ultimi mesi nelle chiese di S. Rocco e del Gesù abbiamo ripristinato l’uso degli altari antichi. L’uso dell’altare è indipendente dal tipo di rito che si celebra. Le attuali norme per la celebrazione della S. Messa secondo la forma ordinaria, consentono indifferentemente l’uso degli altari antichi oppure di quelli recenti, purchè consacrati. A distanza di quarant’anni dalla comparsa dei primi altari rivolti al popolo, sono poche le parrocchie che ne abbiano uno consacrato, in molti casi l’altare ha ricevuto solo una benedizione.  A Rivarolo l’unico è quello di San Giacomo, consacrato il 24 luglio 2005. La consacrazione ricorda che l’altare è segno di Cristo: per questo motivo durante la liturgia riceve la venerazione del sacerdote e dei fedeli. Su di esso, durante la S. Messa, si rende presente realmente il Cristo (corpo, anima e divinità) nel suo corpo e nel suo sangue. Quale significato ha l’uso dell’altare antico? La preghiera rivolta ad oriente è uno degli elementi che risale alle origini della prassi cristiana. Molte chiese, in epoca antica, erano costruite in modo che i credenti pregassero guardando verso oriente. L’oriente è il luogo geografico da cui sorge il sole e per il cristiano il sole vero è Cristo. Il sacerdote che guida la preghiera eucaristica verso l’oriente, indica la direzione della preghiera cristiana: attraverso il Cristo al Padre. E’ questa la spiegazione del dialogo con il quale inizia la preghiera eucaristica: In alto i nostri cuori – sono rivolti al Signore! L’assemblea non è chiusa in se stessa, ma aperta in avanti, verso l’alto, verso Dio. Il sacerdote non è al di fuori del popolo, ma, assieme a tutto il popolo, prega Dio

Oggi che le nostre chiese non sono più orientate, questa importante dimensione spirituale dell’essere tutti rivolti al Signore è resa visibile dalla croce, collocata sopra l’altare dove si celebra e verso la quale converge lo sguardo del sacerdote e dei fedeli. L’uso degli altari antichi ci aiuta così a recuperare anche questa prospettiva della preghiera liturgica: il sacerdote ed i fedeli insieme orientati verso il Signore. Ogni segno nella liturgia ci è dato perché sia mediazione efficace del nostro incontro con il Cristo.

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