Bollettino Parrocchiale di Rivarolo

STORIA

 

DALLA STORIA DELLE NOSTRE PARROCCHIE

 

S.MESSA DEL VESCOVO IN ONORE

DEL VENERABILE DON ADOLFO BARBERIS

Il canonico monsignor Adolfo Barberis a 50 anni dalla morte

 

Lo scorso 19 febbraio, durante la Visita Pastorale, il Vescovo monsignor Cerrato ha voluto dare inizio, con una Messa Solenne in San Michele, alle celebrazioni per il 50° anniversario della morte del canonico Adolfo Barberis. Alla celebrazione erano presenti anche le Suore del Famulato Cristiano, con la Madre Generale sr. Patricia Morales ,da lui fondate tra mille tribolazioni e difficoltà. Ma chi era il canonico Barberis? E perché proprio a Rivarolo?

Adolfo Barberis era nato a Torino il 1° giugno 1884, nel Borgo di Vanchiglia, frequentò a Torino le scuole elementari e poi, dal 1895 al 1900, fu allievo presso il ginnasio del Seminario Minore di Giaveno, frequentò il poi il biennio di Filosofia a Chieri e, infine, il Seminario Metropolitano di Torino fino all’ordinazione sacerdotale il 29 giugno del 1907. Successivamente frequentò per due anni, da esterno, il Convitto Ecclesiastico della Consolata, scuola di formazione pastorale per i giovani sacerdoti sotto la guida del Beato Giuseppe Allamano e, nel 1912, conseguì la laurea in Teologia. Nel frattempo, già dal 1906, il giovane Barberis era diventato segretario dell’Arcivescovo di Torino, cardinale Agostino Richelmy, compito che svolse fino alla morte del cardinale stesso, assistendolo con dedizione nella sua lunga malattia. Richelmy aveva una fiducia piena e totale nel suo giovane segretario al quale, con il declinare della salute e delle forze, affidava compiti e decisioni sempre più pesanti ed impegnativi. Oltre ad essere segretario dell’Arcivescovo, don Barberis fu docente di Arte sacra nel Seminario torinese, fondatore dell’Opera Pellegrinaggi a Lourdes, cappellano dell’Ospedale Militare di Torino, direttore del Collegio Universitario “Augustinianum”, direttore del settimanale “La Buona Settimana” che, nel 1920, diventò giornale ufficiale della Arcidiocesi, inoltre, durante la Grande Guerra, fu rappresentante dell’Arcivescovo presso l’Opera Diocesana di assistenza ai Profughi. In questo sovrapporsi di compiti e funzioni non trascurò il suo essere sacerdote, come testimonia il ricco epistolario che tenne con Madre Maria degli Angeli, fondatrice delle Suore Carmelitane di Santa Teresa di Torino.

Nel 1921, con l’autorizzazione e il sostegno del suo cardinale, cominciò a curare la “moralizzazione del servizio domestico”, cercando, cioè, di dare formazione, istruzione, dignità alle domestiche che arrivavano a Torino dalle campagne o da altre regioni, spesso sfruttate, mal pagate, oggetto di angherie e di seduzioni. Nacque così, nella più assoluta semplicità, il “Famulato cristiano”, grazie ad alcune donne, che si consacrarono alla formazione delle persone di servizio, perché queste, a loro volta, potessero risanare le famiglie in cui lavorano. L’ambizione stava tutta qui: far delle “serve” altrettante “apostole”, condensando il tutto nello slogan: “Servire in ogni persona Gesù, portare Gesù in ogni servizio”.

Il 10 agosto 1923, dopo lunga malattia, accudito in modo filiale dal suo segretario, morì il cardinale Richelmy e per don Barberis iniziò una nuova vita: si manifestarono tutto l’astio e l’invidia che erano maturate nei suoi confronti per il ruolo rivestito dal giovane sacerdote a fianco dell’anziano cardinale. Venne isolato ed emarginato, fatto segno di maldicenze e vere e proprie calunnie. Anche l’autorizzazione ecclesiastica al Famulato Cristiano, promessa da Richelmy, data verbalmente dal suo successore monsignor Gamba, fu negata dal nuovo Arcivescovo di Torino, il cardinale Maurilio Fossati. Con il nuovo arcivescovo i rapporti furono subito tesi, anche a causa delle accuse gravissime ma false mosse al Barberis da una donna entrata nel Famulato e riconosciuta poi inferma di mente. Il cardinale Fossati rimase comunque condizionato da queste accuse e, pur riconoscendo in don Barberis un buon sacerdote, un ottimo predicatore e direttore spirituale, lo considerò sempre un pessimo amministratore, anche in seguito alle notevoli difficoltà e traversie finanziarie che afflissero per diversi anni il nuovo istituto, infatti rispose in modo negativo a tutte le richieste di approvazione ecclesiastica dell’Istituto.

Stimato in tutta Italia da religiosi, sacerdoti e vescovi come predicatore e direttore spirituale, don Barberis non rinunciò al suo progetto e si rivolse a monsignor Paolo Rostagno, Vescovo di Ivrea e suo amico fin dai tempi del Seminario, per ottenere ciò che il cardinal Fossati continuava a negare. Rostagno il 2 maggio 1941 si rivolge alla Santa Sede chiedendo di “erigere nella nostra Diocesi l’Associazione pia, promotrice dell’Opera del Famulato Cristiano, in Congregazione religiosa a voti semplici di diritto diocesano”, sostennero la domanda i Vescovi di Novara, Susa, Arezzo, Siracusa e l’Ausiliare di Genova. La Santa Sede, prima di rispondere a Rostagno, interpellò il cardinal Fossati che risponde facendo misurati elogi del fondatore ma stroncando praticamente “una Congregazione che non esiste”, di conseguenza Roma negò l’autorizzazione richiesta.

A questo punto entra in scena la nostra città dove, nel 1947, don Barberis, aprì il noviziato in quello che allora era noto come palazzo Faglietto. La bella dimora all’angolo di via Farina con piazza Litisetto apparteneva ai Faglietto, ricca famiglia borghese i cui esponenti avevano ricoperto ruoli importanti nella Rivarolo ottocentesca nell’entourage del senatore Maurizio Farina. La famiglia si è estinta con Paola Faglietto vedova Caglione, deceduta il 22 ottobre 1937 e con la figlia Elisabetta Caglione vedova Marchetti, deceduta il 6 settembre 1956, entrambe sepolte nella tomba di famiglia nel nostro Cimitero. Il palazzo fu donato al canonico Barberis entrando nella sua disponibilità alla conclusione della guerra, (durante il conflitto palazzo Faglietto ospitò le sezioni del Liceo Cavour sfollate da Torino e un nutrito gruppo Vigili del Fuoco torinesi con i loro mezzi per metterli al sicuro dai bombardamenti: allo scoccare dell’allarme areo i pompieri si dirigevano verso Torino attendendo in periferia la fine dell’incursione per poi entrare in città per spegnere gli incendi e portare soccorso). Il Barberis era ben noto a Rivarolo, come in altri paesi della Diocesi per il fecondo servizio di confessore, di apprezzato predicatore di ritiri spirituali, di fervido predicatore per i giovani, le suore e il clero. L’apertura del noviziato lo rese ancora più presente, soprattutto nella parrocchia di San Michele, dove strinse una profonda e duratura amicizia con l’allora viceparroco don Mario Bosio. A questo proposito si ricorda che fu proprio il canonico Barberis ad annunciare dal pulpito di San Michele la nomina di don Bosio a Prevosto, intonando poi un trionfale Magnificat di ringraziamento.

La presenza del Noviziato a Rivarolo offrì al Vescovo Rostagno la possibilità di riprendere il discorso sull’approvazione del nuovo istituto. Il 18 luglio 1952 scrisse pertanto al cardinal Fossati una lettera in cui ne chiedeva rispettosamente il parere ma anche metteva in chiaro che da parte sua c’erano tutti i requisiti per concedere la tanto sospirata erezione canonica. Il cardinal Fossati rispose esponendo tutti i motivi per cui non aveva mai concesso il riconoscimento e non intendeva comunque concederlo ma si dichiarò disposto ad appoggiare un altro Vescovo che se ne assumesse la paternità. Monsignor Rostagno procedette spedito e l’8 dicembre 1953 finalmente poté firmare il decreto che recitava “E’ canonicamente eretta la nuova Congregazione di diritto diocesano col titolo di “Pie Sorelle del Famulato Cristiano” il cui fine è onorare e santificare la vita e il lavoro delle addette al servizio domestico. La nuova Congregazione con sede a Rivarolo Canavese si atterrà alle nuove Costituzioni approvate” Ancora monsignor Rostagno il 6 gennaio 1958 approvava ufficialmente le Costituzioni redatte da monsignor Barberis. Con orgoglio civico e campanilistico possiamo dire che, dopo le Orsoline e le Suore di carità dell’Immacolata Concezione, il Famulato Cristiano è la terza Congregazione Religiosa che nasce nella nostra città in poco più di un secolo! Ovviamente la casa madre della Congregazione era ed è tuttora a Torino, in via Lomellina, edificio acquistato dallo stesso Barberis nel 1928 con grandi tribolazioni e sacrifici

Aver ottenuto la tanto sospirata approvazione non segna comunque la fine delle tribolazioni per don Barberis che di nuovo viene progressivamente emarginato dalla vita e dalle decisioni dell’Istituto. Contro la sua volontà viene deciso il mutamento della denominazione, non più Famulato Cristiano ma Pie Sorelle di Santa Serafina e si cerca in ogni modo di isolarlo dalle sue Suore. Una delle sorelle a lui più vicine, suor Camilla Vezzaro, ha lasciato questa testimonianza: “Andava sovente a Rivarolo a visitare le apostoline. Una volta andai con lui. Ma la madre, al vederci, dal terrazzo disse: “Questa è casa mia e voi qui non ci state”. Il Padre soggiunse: “Andiamo a Favria”. Non avrei mai pensato che si potesse fare una cosa simile al Padre. E non era la prima volta”.

Il canonico Adolfo Barberis morì a 83 anni il 24 settembre 1967 e fu sepolto a Torino, nella chiesa del Gesù, da lui progettata e costruita come chiesa della casa madre di via Lomellina (il canonico Barberis fu anche artista e progettista di edifici e arredi sacri, nonché profondo studioso della Sacra Sindone, aspetti che non vengono approfonditi in questa sede). Negli ultimi anni ebbe finalmente un po’ di pace e i meritati riconoscimenti per la sua opera, grazie anche al nuovo Arcivescovo di Torino, il cardinale Michele Pellegrino, suo grande amico, del quale fu anche a lungo confessore.

Il palazzo Faglietto a Rivarolo fu sede del Famulato per diversi anni, prima ospitando ragazze e giovani poi trasformato in casa di riposo, finché, alla fine degli anni ottanta del secolo scorso, le Suore lasciarono Rivarolo e alienarono l’edificio.

 

Madre Antonia Verna e le Orsoline: maggio – settembre 1817

 

Il 24 maggio 1817, 200 anni fa, il Conte Borgarelli, Primo Segretario di Stato per gli Affari Interni del Regno Sabaudo, comunicava al Vescovo di Ivrea, monsignor Giuseppe Grimaldi, che il Re Vittorio Emanuele I, il 16 maggio precedente, aveva concesso ad “alcune zitelle del borgo di Rivarolo e di parecchie altre terre circonvicine” l’autorizzazione per fondare un Monastero di Orsoline sotto la Regola di sant’Agostino. Le “zitelle” di cui si parla sono Antonia Verna e le sue compagne che, già da molti anni, si dedicavano alle attività di assistenza ai poveri e all’istruzione dei bambini. Dopo due tentativi andati a vuoto, nel 1806 e nel 1809, durante la dominazione napoleonica del Piemonte, per vedere finalmente riconosciuta ufficialmente la sua opera la nostra Beata si era rivolta alla burocrazia sabauda, presentando una nuova domanda e abbandonando, temporaneamente, la denominazione, a lei tanto cara, di “Figlie o Sorelle della Carità sotto il titolo della Concezione della Beata Vergine Maria” con la quale aveva in precedenza presentato il suo progetto. Alla fine del 1816, con l’aiuto fattivo del Pievano di San Giacomo canonico don Giovanni Antonio Gianotti e con l’approvazione del Prevosto di San Michele, don Bernardo Forneris, la Verna aveva messo a punto questo nuovo progetto e si era rivolta al Vescovo di Ivrea e all’Amministrazione Comunale di Rivarolo per avere una prima di approvazione da allegare alla pratica da inviare al Governo di Torino. Il Comune rispose in modo affermativo ma piuttosto tiepido mentre la risposta di monsignor Grimaldi fu entusiasta e calorosa (il Vescovo conosceva bene Antonia Verna e i suoi progetti e già nel 1809 si era adoperato alacremente per ottenere l’approvazione delle autorità francesi). Il progetto, di cui si chiedeva l’approvazione, presentato probabilmente tra marzo e aprile 1817, differiva in parte, oltre che per la denominazione, da quelli del 1806 e del 1809, presentandosi in una forma più tradizionale, accentuando gli aspetti di carattere monastico e religioso ma mantenendo fisso e chiaro lo scopo principale cioè “attendere non solo alla propria perfezione, ma per occuparsi in modo speciale della educazione morale, cristiana ed economica delle zitelle, massime povere ed abbandonate”. Un’altra caratteristica di questa nuova istituzione era la possibilità di accogliere come monache quelle donne povere, prive di doti sufficienti, necessarie per poter entrare in altri monasteri.

Rispondendo al Conte Borgarelli per ringraziarlo del buon esito della pratica, monsignor Grimaldi assicurava che avrebbe fatto quanto di sua competenza per la realizzazione del progetto, ma, già in quello stesso mese di maggio si verificavano fatti nuovi che avrebbero cambiato completamente la situazione. Infatti, alcuni giorni prima, l’8 maggio, una signorina rivarolese, Clara Ghizzardi, con atto notarile, donava una casa in Rivarolo a don Alessio Bonfante e ad Anna Maria Borgaratti, per l’istituzione di un Ritiro analogo a quello che i due dirigevano a Cuceglio e nel quale la donatrice aveva vissuto alcuni anni come educanda. Anna Maria Borgaratti, considerata la fondatrice delle Orsoline di Rivarolo, era nata a Favria nel 1775 da una famiglia di origini rivarolesi e, dopo vari spostamenti tra Rivarolo, Cuceglio, Ivrea e, forse, Torino era tornata a Cuceglio e si era unita al gruppo di donne che, sotto la guida di don Bonfante, vivevano come religiose, sotto il titolo di Figlie dell’Annunziata, senza avere però alcuna approvazione, né civile né ecclesiastica. Negli anni precedenti infatti don Bonfante, rettore del Santuario dell’Addolorata di Cuceglio, si era adoperato in mille modi, senza risultati, per avere le dovute autorizzazioni, entrando spesso in conflitto con i suoi interlocutori. In verità i suoi progetti erano alquanto confusi e contradditori, ora pensando ad una comunità di carattere contemplativo ora proponendo un’attività di tipo educativo e di aiuto ai poveri.

Stando così le cose, pochi giorni dopo la pubblicazione del decreto di approvazione richiesto dalla Verna, il 2 giugno 1817, don Bonfante trasferì a Rivarolo un piccolo gruppo delle sue Figlie dell’Annunziata. Il trasferimento si compì con grande rumore e pubblicità, il gruppo di Cuceglio giunse a Rivarolo processionalmente, portando una effigie dell’Annunciazione e fu accolto solennemente dal canonico Gianotti in San Giacomo. Questa regìa e la concomitanza con l’approvazione del Governo al Ritiro di Orsoline, fanno intuire che don Bonfante aveva in mente il preciso disegno di far identificare le sue Figlie con le Orsoline e quindi di beneficiare di quella approvazione. In effetti per molti, a Rivarolo, non fu chiaro che si trattava di due gruppi diversi e separati, qualcuno però decise di vederci chiaro e di precisare le cose. Siccome ormai don Bonfante parlava delle sue suore come di Orsoline, il Giudice di Rivarolo, Melchiorre Cordero di Vonzo, gli impedì di entrare nella casa Ghizzardi perché la donazione era per un Ritiro di Figlie della Santissima Annunziata e non per un Convento di Orsoline. Preso alla sprovvista, don Bonfante alloggiò le sue suore nella casa di don Giuseppe Peronetti, dove già da tempo risiedevano Antonia e le sue compagne. Come convivessero i due gruppi non è dato saperlo, probabilmente avevano trovato un modus vivendi che soddisfaceva le esigenze di entrambi, tanto che, su suggerimento non proprio disinteressato di don Bonfante, si cominciò a pensare alla loro fusione: Antonia Verna avrebbe portato, per così dire in dote, l’autorizzazione dell’autorità civile e le buone intenzioni del Vescovo monsignor Grimaldi, don Bonfante e la Borgaratti una casa dove poter finalmente aprire il nuovo Monastero. Invano alcuni sostenitori della Verna, che conoscevano bene la situazione di entrambi i gruppi, come il canonico Gian Domenico Giulio, cercarono di mettere in guardia i benintenzionati propugnatori della fusione. L’Atto di unione fu stipulato il 26 settembre 1817, nella casa Ghizzardi, alla presenza del Giudice di Rivarolo, dei due Parroci, del Canonico Giorgio Colombo, delegato dal Vescovo monsignor Grimaldi, di don Bonfante e di don Peronetti e fu firmato da Antonia Verna e tre delle sue compagne e da Maria Borgarati e una delle sue compagne.

Resta da chiarire, in tutta questa vicenda, la posizione di due personaggi di primo piano: il canonico Gianotti, pievano di San Giacomo che, per come accolse il gruppo di Cuceglio e per il fatto che si adoperò a favore dell’atto di unione, fu considerato un sostenitore di don Bonfante e del Vescovo monsignor Grimaldi, che il 1° luglio di quell’anno era stato nominato Arcivescovo di Vercelli.

L’ultimo atto di monsignor Grimaldi in questa vicenda fu il suo intervento a favore all’Atto di unione del 26 settembre, al quale fu presente, in qualità di suo rappresentante, il rivarolese canonico Giorgio Colombo. Non è certo che questo atto sia stato ordinato proprio dal Vescovo, ma di sicuro monsignor Grimaldi lo approvò. Infatti, come il canonico Gianotti e tante altre persone che avevano appoggiato Antonia nelle sue richieste di autorizzazione, sapeva bene che gli ostacoli più forti erano costituiti dalla mancanza di una casa e dall’esiguità delle risorse economiche: l’atto di unione poteva essere una buona soluzione per assicurare al gruppo di Antonia un tetto, casa Ghizzardi e per renderlo più consistente, aggregandovi le sette giovani venute a Rivarolo da Cuceglio, di certo nessuno di loro pensava alla fusione delle due istituzioni.

Questa interpretazione fu subito contestata dalla Borgarati, che aveva portato personalmente al Vescovo l’Atto di unione. Pretese infatti che anche il Ritiro di Cuceglio fosse compreso nella Autorizzazione Regia e che fosse il gruppo della Verna ad essere assorbito da quello di Cuceglio, che era più numeroso e proprietario di una casa. Anche don Bonfante, che aveva mantenuto una discreta influenza nei confronti del Vescovo, si intromise e convinse monsignor Grimaldi a non procedere nell’erezione canonica del Monastero delle Orsoline della Verna, dicendogli anche che questa, oramai, non aveva più compagne che volessero diventare monache.

Il 28 ottobre 1817, monsignor Grimaldi si trasferì nella sua nuova sede di Vercelli lasciando tutto in sospeso e viene spontaneo chiedersi come abbia potuto farsi condizionare così pesantemente da don Bonfante nei confronti di una persona, Antonia Verna, che aveva aiutato e incoraggiato e della quale condivideva i fini e i progetti, tanto da esserne diventato “avvocato” e, in un certo senso, garante sia davanti all’amministrazione imperiale francese, sia davanti al governo sabaudo.

RP

 

 

 

 

La Compagnia della Madonna del Carmine

 

La parete dove oggi troviamo la grande tela, appena restaurata, di San Giacomo, nei secoli passati, prima che, a fine Ottocento, fosse costruito un altare dedicato al Sacro Cuore di Gesù, era occupata dall’altare della Madonna del Carmine.

L’altare era affidato alle cure della Compagnia della Vergine Santissima del Carmelo, eretta presso la Chiesa di San Giacomo il 24 agosto 1621 con Atto Notarile rogato dal notaio Choa. Non abbiamo copia di questo documento né degli atti successivi, nell’archivio parrocchiale è conservato un Registro dei conti e dei Verbali della Compagnia che inizia solo nel 1738, con i riferimenti a un precedente volume che, purtroppo, è andato perduto. Non abbiamo quindi notizie su come fosse organizzata la Compagnia, ma possiamo ipotizzare che non si discostasse troppo dalle altre Società laicali sorte in quegli anni. Si può pertanto pensare che sia nata per iniziativa di un gruppo di laici con l’assenso del Pievano don Lodovico Ferrero e con l’approvazione del Superiore Provinciale dei Frati Carmelitani. Era governata da un Priore, affiancato da un “vice”, che doveva provvedere a tutte le necessità della Compagnia, amministrando le somme raccolte nelle diverse occasioni. I Priori erano eletti dai confratelli e potevano rimanere in carica più anni. Alla fine del loro mandato dovevano presentare ai confratelli, riuniti in assemblea, un resoconto dettagliato sulle entrate e le uscite. L’assemblea si svolgeva nella Chiesa parrocchiale, alla presenza del Pievano, che aveva compiti di supervisione e di ratifica di quanto deciso.

Pochi anni prima, nel 1604, nella stessa Chiesa di San Giacomo, era stata eretta una Compagnia dedicata alla Madonna del Rosario: sorge legittima la domanda se era proprio necessaria, nella stessa Parrocchia, un’altra Compagnia dedicata alla Madonna. La risposta è legata alle particolari caratteristiche che aveva assunto la devozione verso la Madonna del Carmelo.

Il Monte Carmelo, in Palestina, presso la città di Haifa, è legato alla memoria del Profeta Elia, che qui si ritirava spesso a pregare e qui vinse la sfida contro i sacerdoti di Baal. Secondo la tradizione, nei primi secoli dell’Era Cristiana, vi si ritirarono alcuni cristiani, per vivere in preghiera e penitenza ad imitazione appunto del Profeta Elia, erigendo anche il primo tempio in onore della Vergine Maria, detta appunto del Monte Carmelo. Di certo sappiamo che, all’epoca delle Crociate, il Monte era sede di eremiti e anacoreti i quali, intorno al 1210, ricevettero dal Patriarca di Gerusalemme una Regola di Vita che, di fatto, sancì la loro trasformazione in un ordine religioso. Nel 1247 il Papa Innocenzo IV approvò le Regola, inserendo i carmelitani tra gli ordini mendicanti. In seguito alla riconquista della Terra Santa da parte dei Musulmani, il nuovo Ordine lasciò la terra di origine e si diffuse in Europa.

La devozione per la Madonna del Carmelo in Europa è legata alla figura di San Simone Stock, inglese, Superiore generale dell’Ordine, al quale, il 16 luglio 1251, apparve la Vergine Maria, circondata dagli angeli e con Gesù Bambini in braccio che, consegnandogli uno Scapolare gli promise: “Prendi questo Scapolare. Chiunque muoia indossandolo non patirà il fuoco dell’inferno. Esso sarà simbolo di salvezza, protezione dai pericoli e promessa di pace.”

Circa 80 anni dopo, apparendo a Jacques Duèze, divenuto poi Papa Giovanni XXII, la Vergine, riferendosi allo Scapolare, ampliò questa promessa: “Coloro che sono stati investiti con questo Santo Abito saranno tolti dal Purgatorio il primo sabato dopo la loro morte”. Questa promessa, nota come Privilegio Sabatino e lo Scapolare o Abitino entrarono ben presto nella devozione popolare, insieme, ovviamente, alla devozione verso la Madonna del Carmelo (o del Carmine). Lo scapolare è una striscia di tessuto appoggiato sulle spalle e fa parte di molti abiti monastici; come Abitino devozionale assunse ben presto la forma di due rettangolini di lana scura di agnello, uniti da due strisce di tessuto e indossati in modo che uno cadesse sul petto e l’altro sulla schiena, sopra o sotto gli abiti normali. Lo Scapolare era dato ai fedeli da un sacerdote autorizzato, durante un rito specifico, celebrato normalmente durante la festa della Madonna del Carmine, il 16 luglio; i fedeli che lo ricevevano dovevano promettere di praticare le virtù cristiane e di recitare quotidianamente alcune preghiere indicate dal sacerdote stesso.

La promessa di Salvezza insita in queste devozioni, con l’annullamento delle pene del Purgatorio, faceva presa sull’animo popolare che, di fronte alle realtà ultime, come la morte e il Giudizio divino, al clima cupo delle liturgie funebri e al quadro inquietante del Giudizio offerto dal Dies Irae, vedeva in Maria una fonte di speranza per l’aiuto materno offerto ai poveri peccatori, vivi e defunti, attraverso la sua preghiera di intercessione e gli strumenti della penitenza, simboleggiati, tra gli altri, dallo Scapolare. Un altro di questi simboli era la Santa Cintura e, infatti, presso la chiesa di San Michele, dove vi era già una fiorente Compagnia dedicata all’Annunziata, pochi anni dopo, nel 1629, fu eretta la Compagnia della Santa Cintura della Beata Vergine Maria. Pertanto possiamo pensare che i nostri avi si rivolgessero alla Madonna del Rosario (o all’Annunziata nella Parrocchia di San Michele) per le necessità e i problemi della vita terrena e alla Madonna del Carmine per tutto ciò che riguardava le realtà ultime.

Nella vecchia chiesa di San Giacomo era dedicato alla Madonna del Carmine uno degli otto altari laterali, quello vicino all’altare maggiore, nella navata sinistra, non sappiamo se costruito appositamente o, come spesso succedeva, cambiando titolo e arredi ad un altare già esistente.

Nel 1734 la vecchia parrocchiale, ormai pericolante, fu abbattuta e ricostruita nelle forme attuali su progetto dell’architetto alladiese Costanzo Michella. La nuova chiesa fu terminata tra il 1736 e il 1737, alla Compagnia del Carmine fu assegnato l’altare laterale sinistro sotto il grande arco che sostiene la cupola, di fronte all’altare della Madonna del Rosario. Il libro in nostro possesso si apre il 3 agosto 1738, con il Priorato di Giacomo Antonio Beltramo, chirurgo, il quale presentò un rendiconto della sua amministrazione ai confratelli in una assemblea convocata nella chiesa Parrocchiale l’8 ottobre 1741. Il Priorato di Beltramo proseguì negli anni successivi ma in quella assemblea furono approvate, tra le altre spese, quelle per la costruzione del nuovo altare. Apprendiamo così che i confratelli avevano deliberato di costruire il loro altare in muratura, più grande e ricco di quello ligneo presente nella chiesa abbattuta e più adatto alla nuova chiesa barocca. Il rendiconto di Beltramo è particolarmente dettagliato con l’annotazione di tutte le spese: dall’acquisto di 1200 piastrelle ai mattoni e alla calce necessari, dalla pietra per i sepolcreti davanti all’altare a tutta la ferramenta. Era uso infatti seppellire i morti dentro le chiese, per questo la Compagnia fece costruire due sepolcreti: uno riservato ai confratelli, l’altro alle altre persone devote alla Madonna del Carmine. Tra le tante voci di spesa troviamo nel 1740 la somma di lire 477 soldi 4 denari 2 pagata a uno scultore di Torino (non viene indicato il nome) come acconto su un compenso pattuito di 600 lire per la statua della Madonna da porre sul nuovo altare: si tratta della statua dorata che oggi vediamo vicino alla porta della sacristia. Il saldo allo scultore, comprensivo degli interessi, fu versato nel 1743, sempre nel 1740 abbiamo le spese per il restauro del quadro del vecchio altare e per portare la nuova statua a Rivarolo. In quella assemblea si registrò un passivo di 60 lire e si approvò la proposta del Priore Beltramo di cedere il vecchio quadro a Pier Francesco Leone, appunto per una somma di 60 lire, arrivando così al pareggio. Una nota in calce al verbale di quella assemblea ci dice che erano state avanzate 300 piastrelle e che, per ordine del Pievano don Domenico Vercellono, furono donate alla Compagnia della Madonna del Rosario. Negli anni successivi si trovano altre spese finalizzate all’abbellimento dell’altare: per indorare i candelieri e le carte gloria, per acquistare una lampada d’argento (260 lire), per un calice, pure d’argento (166 lire), per dotare l’altare di alcuni scalini di marmo, per acquistare stoffe e passamanerie preziose per un piviale e altre spese di minore conto. Nel 1778 la Compagnia contribuì all’acquisto di un nuovo Ostensorio per la chiesa parrocchiale versando, in due rate, la somma di 50 lire.

Si tratta di spese straordinarie, che troviamo qua e là tra le diverse spese ordinarie della Compagnia, a entrambe i confratelli facevano fronte grazie a consistenti entrate derivanti dalle offerte raccolte in chiesa durante alcune festività e nella seconda domenica di ogni mese, dalla colletta del grano nelle cascine del territorio della parrocchia, dalla partecipazione ai funerali, da legati per Messe di suffragio, da beni messi all’asta e da lotterie. La voce ordinaria di entrata più consistente è quella per la vendita degli Abitini, nel giorno della festa, il 16 luglio e, per singolare privilegio, anche l’ultima domenica di luglio in occasione della festa patronale di san Giacomo. Tra le spese ordinarie troviamo l’acquisto della stoffa per confezionale gli abitini, delle candele per ornare l’altare, dei mortaretti da far esplodere durante la processione, troviamo poi il compenso per il campanaro e quello per il Pievano, per la celebrazione della Messa Solenne e del Vespro nel giorno della festa e per la processione con la statua della Madonna oltre ad una Messa cantata da Requiem per tutti i defunti della Parrocchia il mercoledì dopo la festa: per tutto il ‘700 questo compenso rimase fisso, 22 lire, a cui si aggiungevano altre 8 lire per le sedici Messe annuali, a suffragio dei defunti, che la Compagnia doveva far celebrare a sue spese; contrariamente alle altre Compagnie della Parrocchia non ci sono somme destinate ad opere di carità. Ogni rendiconto è approvato dal Pievano con la firma in calce e, il 30 giugno 1775, troviamo anche il visto del Vescovo di Ivrea, monsignor Giuseppe Ottavio Pochettini, in visita pastorale a Rivarolo (durante questa visita furono consacrate le due chiese parrocchiali di San Giacomo e di San Michele). L’ultimo resoconto dettagliato e di una certa consistenza è del 1798, il vento della Rivoluzione Francese arrivò anche in Piemonte, lo spirito giacobino e anticlericale represse ogni manifestazione religiosa, nel 1799 uno striminzito bilancio non riuscì a far fronte alle poche spese per una festa ridotta al minimo, tanto che non si poté neppure a versare al Pievano il solito compenso. La festa venne sospesa per alcuni anni e poi riprese nel 1803, ma i fasti del secolo precedente erano ormai un ricordo: per tutto l’800 le somme raccolte furono molto modeste e non troviamo più spese straordinarie per opere di abbellimento dell’altare.

L’11 giugno 1827 troviamo un richiamo del vescovo monsignor Luigi Pochettini, in visita pastorale: la Compagnia deve rispettare l’obbligo di far celebrare le Messe di Suffragio relative ai diversi legati, deve recuperare crediti e interessi dei capitali di cui è depositaria e il Pievano deve controllare tutti i conti e firmare il libro alla chiusura di ogni rendiconto, diposizioni che negli anni successivi vennero puntualmente rispettate. Il 15 settembre 1841, sempre durante la visita pastorale, il vescovo monsignor Luigi Moreno ordinò di stilare un inventario dei lasciti, rendite e legati della Compagnia; troviamo questo inventario in una delle pagine finali del libro, datato 15 luglio 1842 e constatiamo che è ben poca cosa: in tutto una rendita annuale di poco più di 25 lire. Nel 1842 troviamo anche l’ultimo rendiconto dettagliato, nella pagina successiva c’è un elenco dei confratelli della Compagnia del Carmine, datato 1864 con un centinaio di nomi, seguono altri elenchi, l’ultimo datato 29 giugno 1880, ripreso con la stessa data molte pagine dopo. Tra questi due elenchi ci sono diverse pagine bianche ma anche due sorprese: un elenco di aderenti alla Compagnia del Sacro Cuore di Gesù, 151 nomi, datato 1867 e un elenco degli aderenti, una trentina di persone, alla Compagnia di San Luigi Gonzaga “eretta da più anni nella Chiesa parrocchiale”. In effetti, non sappiamo quando, l’altare dedicato alla Madonna del Carmine cambiò titolo diventando altare del Sacro Cuore e, in una nicchia al suo fianco, fu sistemata una statua di san Luigi Gonzaga.

Il libro si chiude con l’elenco del 1880 ma la devozione alla Madonna del Carmine continuò anche nel secolo successivo, come attesta il bollettino parrocchiale, iniziato da don Capirone nel 1923. La festa era celebrata nella domenica più vicina alla memoria liturgica del 16 luglio, era preceduta da una novena e prevedeva la Messa cantata solenne al mattino, il vespro, la predica e la processione al pomeriggio, con l’imposizione degli Abitini. In processione si portava, naturalmente, la statua dorata settecentesca della Madonna del Carmine (la stessa statua poi era usata per la processione della Madonna del Rosario, a ottobre, sostituendo l’abitino che pendeva dal braccio della Vergine con una corona del Rosario). Nel 1941 l’Arciprete don Capirone segnala un notevole aumento della devozione e degli aderenti alla Compagnia, il 16 luglio 1944, a causa degli eventi bellici, non si poté fare la processione, sostituita da una liturgia di adorazione, nell’occasione fu inaugurato il primo impianto di altoparlante “così che la voce del predicatore raggiunse anche gli angoli più reconditi della chiesa” come annotò don Capirone. Questo impianto fu offerto, come anche le stazioni della Via Crucis, dai fedeli a ricordo dei 25 anni di sacerdozio del loro Arciprete. Nel 1967 non si fece la processione: il furgoncino abitualmente usato per portare la statua era rotto e non si trovò nessuno disposto a portare la statua a spalle, come si faceva un tempo. Don Capirone morì nel febbraio del 1968, il vescovo mandò un amministratore parrocchiale, don Ossola e, per quell’anno, non fu celebrata la festa. L’anno dopo, il nuovo arciprete, don Mabrito cercò di ripristinare la festa ma la scarsissima partecipazione ne decretò la fine.

Chiudendo questa pagina di storia parrocchiale mi piace ricordare che i vecchi rivarolesi chiamavano la Madonna del Carmine “la madona dij Preverin”, un riconoscimento alla famiglia Preverino, in particolare le sorelle Angela e Francesca, che curarono fino alla fine lo svolgimento della festa, procuravano gli Abitini e tenevano i contatti con i devoti del Carmine, ultime epigoni di una tradizione famigliare secolare: il nome Preverino è presente tra i membri della Compagnia e tra i Priori fin dal XVIII secolo.

RP

SAN FRANCESCO

Il prossimo 4 ottobre celebreremo la festa di San Francesco ricordando gli ottocento anni della fondazione del complesso conventuale di Rivarolo, attribuita allo stesso santo di Assisi, di passaggio nella nostra città al suo ritorno dal pellegrinaggio a Santiago di Compostela. La predicazione del santo avrebbe entusiasmato i rivarolesi per cui i nobili del luogo, in particolare i conti di San Martino e i fratelli Pietro e Oberto Carrocci, gli avrebbero donato il terreno per la costruzione di un convento presso l’antica cappella di San Giorgio, nel luogo in cui, in una stalla, Francesco avrebbe dormito, rifiutando l’ospitalità offerta dentro le mura del borgo. L’ubicazione di questa stalla sarebbe l’attuale sacrestia. E’ una tradizione antichissima, ripresa e data per certa anche da grandi storici dell’ordine francescano come fra Luca Wadding, irlandese, nei suoi Annales Ordinis Minorum, scritto nel 1625 e fra Antonio Melissano, piemontese, nei suoi Annalium Ordinis Minorun Supplementa, pubblicato nel 1710. Localmente è stata ripresa dal conte Luigi Palma di Borgofranco, primo storico di Rivarolo, il quale nelle sue opere (in particolare nel “Saggio corografico storico di Rivarolo in Canavese”, pubblicato nel 1798 e in “Notizie storiche del Beato Bonifacio da Rivarolo” del 1814) cita un documento: la testimonianza giurata di padre Giovanni Francesco Rasetti, frate francescano rivarolese, del 12 maggio 1676, secondo il quale nel convento di Rivarolo era custodito l’atto di fondazione in pergamena con firma autografa di San Francesco, pergamena che l’anziano frate aveva esaminato più volte. Sempre secondo questa testimonianza, nel 1639, per metterlo al sicuro dalle scorrerie delle truppe che devastavano il Piemonte, il prezioso documento fu portato, insieme ad altri, nel convento di San Francesco di Torino, dove purtroppo andò perduto. Chi contesta questa tradizione sottolinea la mancanza appunto di documenti certi, il fatto che non è sicuro neanche il pellegrinaggio di Francesco a Santiago e, anche ammettendo questo pellegrinaggio, la mappa dei conventi da lui fondati secondo questa tradizione traccia un itinerario confuso e decisamente illogico.

Sono tanti i Conventi francescani, in Italia e in Europa, che, come il nostro, attribuiscono la loro fondazione al santo di Assisi. Su queste tradizioni sono stati sollevati molti dubbi e, in alcuni casi, documenti alla mano, ne è stata dimostrata l’inconsistenza: anni fa un anziano frate di Belmonte mi disse sorridendo che, se tutte queste tradizioni fosse vere, il Poverello avrebbe dovuto vivere almeno cent’anni e muoversi per l’Europa in aereo!

Quindi anche su questa tradizione rivarolese molti storici, sia locali sia dell’ordine francescano, hanno avanzato dubbi e contestazioni, ma, in assenza di documenti in un senso o nell’altro, l’interrogativo se San Francesco abbia fondato il nostro convento rimane. Tutti gli storici però concordano sull’antichità dell’insediamento francescano di Rivarolo, la cui fondazione si può incontestabilmente far risalire al XIII secolo. Innanzi tutto il convento è citato nel manoscritto “Provinciale Ordinis Fratrum Minorum S. Francisci Conventualium seu Polychronicon Jordani” composto ai primi del Trecento da fra Paolino da Venezia, vescovo di Pozzuoli, inoltre la chiesa risulta consacrata sul finire del XIII secolo, il 10 febbraio, dal Vescovo di Ivrea Alberto Gonzaga, frate minore di origini mantovane.

Uno studio recente della dottoressa Marta Spini, riportato nel 1° volume della “Storia della Chiesa di Ivrea”, conferma l’antichità del convento, ipotizzando la presenza, in questa parte di Canavese, di gruppi di frati, all’inizio senza fissa dimora, che intorno alla metà del Duecento trovarono una sede definitiva e costruirono la chiesa e gli edifici conventuali con l’appoggio dei nobili e della popolazione rivarolesi. Nel corso dei secoli chiesa e convento subirono trasformazioni continue, le più importanti nel Quattrocento e nel Settecento, ma una attenta osservazione delle strutture murarie rivela tracce importanti degli interventi precedenti, in particolare alcune di queste strutture risalgono al Duecento e, quasi a conferma di quanto ci hanno tramandato i nostri avi, proprio là dove, secondo la tradizione, avrebbe dormito San Francesco.

Celebrare gli ottocento anni del convento di San Francesco in Rivarolo non è quindi voler affermare una verità storica, è un invito a riflettere su una presenza francescana che per secoli ha influito in modo determinante sulla religiosità della nostra gente, che ha contribuito a formare quel tesoro di cultura, arte e fede che caratterizza la nostra città, che ci ripropone il messaggio recepito e accolto dai rivarolesi otto secoli fa e che ancora oggi, richiamato dalle parole del Santo Padre nell’ Enciclica “Laudato si’”, può diventare, se anche noi lo accoglieremo, una guida importante nel cammino della nostra comunità civile ed ecclesiale.

RP

I 180 anni della Congregazione delle Suore di carità dell’Immacolata Concezione

Il prossimo 27 novembre le Suore della Beata madre Antonia compiono 180 anni di fondazione, infatti il 27 novembre 1835 il Vescovo di Ivrea, monsignor Luigi Paolo Maria Pochettini promulgava il Decreto di approvazione ecclesiastica della nuova congregazione denominandola Sorelle della Santissima Concezione della Beata Vergine Maria. Per la piccola Congregazione iniziava il lungo cammino che avrebbe portato le Suore dell’Immacolata fuori dai confini di Rivarolo, via via, in Piemonte, in Italia, in Europa e negli altri continenti; per madre Antonia Verna si chiudeva un lungo periodo di sofferenze, incomprensioni, difficoltà. In questo suo accidentato cammino madre Antonia ebbe sempre il sostegno delle autorità e della popolazione rivarolese per cui questo anniversario è una festa anche della nostra comunità.

Il 7 marzo 1828, dopo oltre vent’anni di richieste respinte, ricorsi, pratiche burocratiche complicatissime, Antonia Verna ottenne dal Re Carlo Felice le Regie Patenti di approvazione del Ritiro di Rivarolo, con il titolo di Figlie di Carità, sul modello dell’analoga congregazione fondata da San Vincenzo de’ Paoli in Francia. Il 10 giugno successivo, nella nostra chiesa parrocchiale di San Giacomo, Antonia e le sue compagne, di fronte al Vescovo, ricevettero l’abito e fecero la prima Professione religiosa; Antonia fu eletta ufficialmente Superiora. In questa veste il 31 luglio firmò la Convenzione con cui l’Amministrazione dell’Ospedale rivarolese affidava alle sue suore l’assistenza agli ammalati e la gestione della struttura.

Tra i presenti al rito della vestizione c’era padre Giuseppe Giordana, Superiore dei Preti della Missione, la congregazione maschile fondata da San Vincenzo de’ Paoli, il quale aveva seguito e consigliato madre Antonia nei passi necessari a conseguire l’approvazione regia. Padre Giordana anche negli anni successivi continuò a essere vicino alle Suore rivarolesi, seguendo con discrezione e attenzione i primi passi della piccola comunità. Purtroppo il 6 settembre 1830, mentre a Rivarolo predicava gli esercizi spirituali alle Suore, padre Giordana morì e il suo posto come superiore della Congregazione vincenziana fu occupato da padre Marc’Antonio Durando. Il nuovo superiore, oggi Beato, aveva idee molto personali sulla sua presenza nella vita del Ritiro di Rivarolo: infatti nel volgere di una decina di giorni depose da superiora madre Antonia, mandandola come semplice suora presso il Ritiro di Montanaro. Le suore di Montanaro si ispiravano anche loro alle regole delle Figlie di carità di San Vincenzo de’ Paoli, avevano avuto contatti con le suore rivarolesi, c’erano stati anche scambi di religiose tra i due Ritiri, che però erano autonomi e indipendenti. Padre Durando invece perseguiva un suo disegno che mirava alla fusione delle due piccole congregazioni per poi inglobarle, in un secondo tempo, nelle Figlie di Carità francesi, che lui stesso fece venire in Piemonte. Come nuova superiora a Rivarolo, padre Durando nominò una suora di Montanaro, inoltre stabilì un unico noviziato per le due congregazioni a Rivarolo.

Contemporaneamente padre Durando cercò di limitare i contatti e i rapporti della Congregazione con il contesto cittadino. Madre Antonia e le sue suore erano profondamente calate nella realtà locale: alla gratuità e alla attenzione verso tutte le forme povertà che incontravano, univano un atteggiamento di condivisione, povere tra i poveri, che le rendeva parte amata e rispettata della comunità rivarolese, civile ed ecclesiale. Già in passato questo atteggiamento di condivisione non era stato compreso dalle autorità, per esempio dal vescovo Colombano Chiaverotti, che quindi avevano negato i riconoscimenti richiesti. Anche padre Durando cercò di imporre un modello più tradizionale di vita religiosa, inoltre cercò, con un certo successo, di esautorare le autorità locali dalla gestione del Ritiro, in particolare il Prevosto di San Michele, nominato dal vescovo Direttore Spirituale delle Suore e Maurizio Palma, responsabile della gestione amministrativa del Ritiro, sempre su incarico del Vescovo.

Nel maggio del 1833 le Figlie di Carità francesi si stabilirono a Torino sotto la guida di padre Durando, il quale trasferì nella loro casa il noviziato di Rivarolo. Nel nostro borgo rimasero solo quattro suore, tra cui madre Antonia che, evidentemente, nel frattempo era ritornata; come superiora della piccola comunità fu nominata la religiosa più giovane, suor Lucia Conti. Era evidente il disegno di padre Durando: non essendo riuscito a convincere queste quattro religiose ad accettare i suoi progetti, impedì loro di accogliere nuove vocazioni decretando la fine della piccola comunità per esaurimento, inoltre il ridotto numero di religiose limitava fortemente l’attività assistenziale ed educativa svolta fino ad allora.

Nel 1834 padre Durando cercò di vendere la casa che madre Antonia, con grande fatica, aveva acquistato nel 1818, l’attuale Istituto Immacolata Concezione, adducendo la motivazione che era troppo grande e scomoda per sole quattro suore. Le autorità rivarolesi, che fino a quel momento erano rimaste attente spettatrici ma che cominciavano a fare proprio il malcontento della popolazione per le limitazioni imposte a madre Antonia, intervennero prontamente raccogliendo una dettagliata documentazione che, recapitata agli organi competenti, bloccò di fatto la vendita della casa.

Nel settembre del 1834 l’Amministrazione Comunale di Rivarolo inviò una lettera alle Suore in cui prendeva atto che si stava cercando di cambiare i fini del Ritiro, in particolare per quel che riguardava l’assistenza ai malati a domicilio e chiedeva quali intenzioni avessero al riguardo, se cioè intendevano rimanere fedeli agli impegni presi o se intendevano cambiarli. Le Suore “… risposero che non avrebbero più per l’avvenire tradite le speranze del pubblico…“. Questa volontà divenne evidente nel novembre successivo con l’accoglienza di due nuove postulanti, seguita dal altre quattro nel gennaio 1835: grazie a queste nuove forze madre Antonia e le sue suore poterono riprendere in pieno le loro attività assistenziali ed educative.

Padre Durando tentò in ogni modo di ridurre all’obbedienza le quattro suore rivarolesi, coinvolgendo anche organi governativi, deponendo suor Lucia da Superiora e inviando a guidare il Ritiro due suore francesi, ma il Comune di Rivarolo, guidato dal giovane Sindaco Maurizio Farina scese apertamente in campo a favore di madre Antonia e si oppose ai suoi diversi interventi.

In tutta questa vicenda madre Antonia non era mai intervenuta: aveva taciuto quando era stata deposta da Superiora e mandata a Montanaro, quando padre Durando si era impadronito della Direzione e dell’Amministrazione del Ritiro, quando il noviziato era stato chiuso e portato a Torino, quando si era cercato di vendere la sua casa e quando l’apostolato delle Suore era stato limitato e impedito. Gli ultimi fatti avevano chiarito che si era giunti al limite e occorreva uscire allo scoperto per chiedere di poter vivere fino in fondo quel progetto di vita che aveva maturato con le sue compagne. Così prese carta e penna e scrisse questa lettera:

 

            A S. E. il Ministro di Grazia e Giustizia

 

            Noi sottoscritte dichiariamo che, se per la troppa nostra deferenza verso i Signori Missionarj si è potuto credere che noi dipendessimo da essi, ora che sono finiti i voti annuali e che siamo sciolte e libere di appigliarci a quello stato che più ci aggrada, d’or innanzi non vogliamo più aver alcuna relazione e tanto meno dipendenza dai prefati Signori Missionarj, e siamo risolute di vivercela tra di noi nella casa propria di Maria Antonia Verna.

            Abbiamo perciò sottoscritta la presente protesta e che speriamo di non venir in niente molestate per ciò che riguarda la coscienza.

            E per tutte, cioè Suor Vincenza, Lucia, Catterina, si è sottoscritta

 

Rivarolo, il 30 gennaio 1835

 

                                                                                   Suor Antonia Verna.

Il giorno successivo il Consiglio Comunale di Rivarolo si espresse chiaramente per la totale indipendenza del Ritiro dai Preti della Missione, inviando il giorno stesso il Verbale a Torino. I vari ministeri interessati questa volta presero in considerazione anche le voci contrarie ai progetti di padre Durando. Tra febbraio e marzo del 1835 i diversi organi governativi si espressero a favore di una piena autonomia del Ritiro. Non risultano altri passi da parte di madre Antonia e delle sue Suore, mentre in atti successivi il Comune di Rivarolo ribadì in più occasioni la necessità di una totale separazione delle religiose rivarolesi dalla direzione dei Preti della Missione. Dopo altre schermaglie, finalmente il 22 agosto 1835 furono definite anche le questioni economiche, ultimo pretesto messo in campo da padre Durando per evitare un distacco totale. All’incontro, tenutosi a Torino, intervennero il prevosto di San Michele, don Pastore, in rappresentanza delle Suore e Maurizio Farina delegato dal Comune: l’accordo prevedeva che tutte le case e le religiose fuori da Rivarolo sarebbero rimaste alle Figlie della Carità francesi, a madre Antonia rimaneva solo la sua casa di Rivarolo, le tre suore rimaste con lei e le novizie entrate dopo il settembre 1834.

Il 14 novembre 1835 la superiora suor Lucia Conti, a nome di tutte le suore, chiese al Vescovo di Ivrea di concedere l’erezione canonica del Ritiro, in risposta a questa lettera monsignor Pochettini il 27 novembre emanò il decreto di approvazione ecclesiastica dell’Istituto, denominandolo Sorelle della Santissima Concezione della Beata Vergine Maria. Il Decreto fu inviato immediatamente al parroco di San Michele, che lo trasmise al Sindaco e alle Suore. Il 4 dicembre suor Lucia Conti, a nome di tutte le Suore, scrisse al Vescovo per esprimergli la gioia e il grazie di tutta la Comunità e, nello stesso tempo, chiese di poter rinnovare i voti religiosi il successivo 8 dicembre, festa della Concezione. La risposta del Vescovo fu immediata e favorevole, così l’8 dicembre 1835 madre Antonia e le sue Suore rinnovarono, nelle mani di don Pastore, delegato dal Vescovo, i voti religiosi come Sorelle della Santissima Concezione.

RP

 

 

BICENTENARIO DELL’ISTITUZIONE DELLA FESTA LITURGICA DI MARIA AUSILITRICE

Il 15 settembre 2015 ricorrono duecento anni da quando il santo e tribolato papa Pio VII, il monaco benedettino Barnaba Chiaramonti, emanava il decreto dell’istituzione della festa in onore di Maria S.S. ma sotto il titolo di Aiuto dei Cristiani.

Pio VII stette al timone della Chiesa in un momento storico tra i più difficili della sua storia, dal 1800 al 1823 e fu liberato, per intervento di Maria, dalla prigionia napoleonica, rientrando a Roma il 24 maggio 1814 tra l’esultanza di tutta la cristianità, per riprendere il libero esercizio del suo mistero pastorale. Come segno di riconoscenza verso la Madre di Dio, Pio VII nel 1815 istituiva la festa in onore di Maria Ausiliatrice da celebrarsi in Roma e negli Stati Pontifici. Era ferma convinzione del Papa che i tempi della persecuzione della Chiesa e del suo capo erano terminati grazie ad un intervento prodigioso della Madre di Dio, come dichiarò lo stesso pontefice ai cardinali il 26 settembre 1814: “A Te, ora, Vergine Madre di Dio, al cui efficacissimo patrocinio attribuiamo la Nostra salvezza…rivolgiamo la nostra preghiera”. Quel pontificato, che era iniziato in preghiera davanti alla statua dedicata all’Ausiliatrice nella chiesa abbaziale di San Giorgio Maggiore a Venezia, riconosce nell’aiuto prodigioso dell’Ausiliatrice la propria difesa e il sicuro patrocinio.

Inoltre duecento anni fa lo stesso Pio VII visitò la città di Torino, dopo aver incoronato la statua della Madonna della Misericordia nell’omonimo santuario presso Savona a compimento di un voto fatto durante la sua prigionia in quella stessa città. La sera del 19 maggio giungeva alla metropoli del Piemonte e il 21 maggio esponeva con le sue mani la preziosa reliquia della Sindone delle logge di Palazzo Madama, rimanendo a Torino fino alla sera del 22, ospite del re Vittorio Emanuele I, fra il tripudio di tutta la città e dell’intero Piemonte.

Come nel 1571 san Pio V aveva aggiunto alle vocazioni delle Litanie Lauretane quella di Auxilium Christianorum, ora pro nobis, per ricordare ai fedeli la prodigiosa vittoria di Lepanto riportata per intercessione di Maria, così Pio VII confermò della invocazione con una festa, che fa memoria di tutte le grazie e delle vittorie ottenute mediante il patrocinio della SS. Vergine e sprona a ricorrere costantemente a Lei e chiederle aiuto in ogni necessità di ordine pubblico e privato, così per la Chiesa come per l’umanità.

L’apostolo dell’Ausiliatrice

La festa liturgica di Maria Ausiliatrice venne solennemente celebrata per la prima volta a Roma il 24 maggio 1816, estendendosi successivamente anche fuori dagli Stati pontifici, fino a raggiungere le dimensioni cattoliche odierne. Infatti Maria Ausiliatrice è patrona di diverse nazioni, diocesi, congregazioni.

Istituita la festa di Maria Ausiliatrice ci voleva l’Apostolo che ne diffondesse il culto e la devozione in tutto il mondo. E Maria stessa vi provvide.

Nello stesso 1815 nasceva Giovanni Bosco, mandato da Dio per diffondere dovunque il nome, l’invocazione e la devozione a Maria Ausiliatrice e per propiziare nei tempi difficili, che spesso segnano la vita della Chiesa, l’aiuto di Maria alla Chiesa e al suo Capo visibile, il Papa. E difatti Maria Ausiliatrice ha continuato fino ai giorni nostri a manifestare in modo meraviglioso il suo potente intervento a favore della Chiesa e del popolo cristiano. E’ commovente constatare che il bicentenario dell’istituzione della festa liturgica di Maria Ausiliatrice coincide con il bicentenario della nascita di colui che sarebbe stato il suo Apostolo e che, per mezzo dei suoi figli e figlie, avrebbe reso popolare in tutto il mondo l’amore a Maria Ausiliatrice dei Cristiani. Difatti dal santuario di Torino la devozione all’Ausiliatrice si è diffusa in ogni angolo della terra con preziosi frutti spirituali: letizia, riconoscenza, fervore, frequenza ai sacramenti, adesione al Papa e alla Chiesa, opere apostoliche ed educative.

Nell’aprile del 1884, a Roma, don Bosco, interpellato circa le cose future della Chiesa, diede questa risposta: “Nessuno, fuorché Dio, conosce l’avvenire; tuttavia, umanamente parlando, è da credere che l’avvenire sarà grave. Un poeta latino dice che sono vani gli sforzi per risalire, quando si è per la china di un precipizio, e che necessariamente si va piombando giù fino in fondo. Le mie previsioni sono molto tristi, ma non tempo nulla. Dio salverà sempre la sua Chiesa, e la Madonna, che visibilmente protegge il mondo contemporaneo, saprà bene far sorgere dei redentori”.

Pierluigi Cameroni

tratto da “Il Bollettino Salesiano” – maggio 2015

LA SINDONE E RIVAROLO

 

La devozione al Santo Sudario è una caratteristica della religiosità piemontese e savoiarda dei secoli passati, sviluppatasi probabilmente dopo che, nel 1453, Margherita di Charny, vedova di Umberto de la Roche, aveva donato la Sindone a Lodovico, duca di Savoia. Da quel momento la Sindone seguì la corte sabauda nei suoi spostamenti al di qua e al di là delle Alpi fino a trovare stabile dimora a Chambery, capitale del Ducato. Nel 1506 il papa Giulio II autorizzò il culto pubblico della reliquia, fissandone la memoria liturgica al 4 maggio.

Nel 1578, con il pretesto di abbreviare il pellegrinaggio votivo intrapreso da San Carlo Borromeo, il duca Emanuele Filiberto trasferì la Sindone a Torino, nuova capitale del Ducato, dove ebbe la sua definitiva collocazione. I fedeli accorrevano sempre più numerosi alle ostensioni annuali del Venerdì Santo e del 4 maggio o a quelle straordinarie in occasione di lieti avvenimenti nella famiglia reale, inoltre la Sindone fu spesso raffigurata su pale d’altare, affreschi nelle chiese e anche sulle facciate esterne delle case.

A Rivarolo oggi non sono rimaste tracce di questa devozione al Santo Sudario, sappiamo però che nella chiesa di San Giacomo precedente a quella attuale c’era un altare laterale dedicato alla Sindone. Nel 1673, infatti, il rivarolese don Defendente Augusta (o Agosta), pievano di San Giacomo dal 1648, deceduto il 21 febbraio 1678 in concetto di santità, dispose, nel proprio testamento, che fosse costruito un altare dedicato a San Defendente e al Santo Sudario. Nello stesso testamento volle l’istituzione di una cappellania il cui beneficiario doveva essere scelto dal Pievano pro tempore, con l’obbligo di celebrare sei messe basse alla settimana e una messa cantata una volta all’anno. La costruzione dell’altare e la cappellania furono approvate dal Vescovo di Ivrea, Mons. Giacinto Trucchi, con decreto del 18 ottobre 1678.

La vecchia chiesa parrocchiale, disposta come quella attuale in direzione nord sud con la facciata a settentrione, era più piccola e, oltre all’altare maggiore, aveva otto altari laterali, quattro per parte. L’altare del Santo Sudario e di San Defendente era il secondo a destra di chi entrava dalla porta centrale, era costruito in mattoni, intonacato e decorato a stucco. Sormontava la mensa un grande quadro con cornice dorata, raffigurante San Defendente, martire della Legione Tebea, che reggeva, presentandola ai fedeli, la Sindone. Curava la manutenzione dell’altare la famiglia Augusta, nobile e facoltosa famiglia rivarolese.

Mons. Alessandro Lambert de Soyrier, Vescovo di Ivrea, nella visita pastorale che compì a Rivarolo il sabato 6 giugno 1699, essendo Pievano don Guglielmo Vittone, rilevò che l’altare era in buone condizioni, dotato del necessario, mancavano solo i cancelli alla balaustra.

Ben diversa la situazione rilevata l’8 maggio 1729 dal Vescovo Mons. Silvio Domenico De Nicola, in visita pastorale a Rivarolo. Innanzitutto all’altare del Santo Sudario si celebravano solo più due messe basse alla settimana e, invece della messa cantata annuale, si celebrava era una messa di suffragio per i defunti. La mensa dell’altare non era dell’altezza stabilita nelle Costituzioni Sinodali della Diocesi, mancavano alcuni arredi e la pietra sacra, cioè la pietra con le reliquie di santi posta sulla mensa, non era murata bene. Il resto era in uno stato tutto sommato accettabile, mentre non era a norma il sepolcreto che si trovava davanti all’altare perché mancava di una conveniente copertura in pietra. Nelle disposizioni impartite dal Vescovo al termine della visita troviamo l’ordine di portare la mensa dell’altare del Santo Sudario alla giusta altezza, di provvedere tutti gli arredi mancanti e di murare bene la pietra sacra. Monsignor De Nicola stabilì che all’altare del Santo Sudario non si potessero più celebrare funzioni di nessun tipo fino a che non fossero terminati i lavori suddetti. Anche il sepolcreto davanti all’altare fu dichiarato interdetto fino alla sistemazione delle lastre di pietra della copertura.

Non sappiamo se e quando questi lavori furono eseguiti: come già segnalato in una precedente relazione dal pievano don Domenico Preverino, Mons. De Nicola constatò che la chiesa non era sufficientemente capiente e che minacciava rovina. Infatti, di lì a cinque anni, dopo un tentativo non riuscito di restauro e di consolidamento, la vecchia chiesa fu abbattuta per far posto a quella attuale su progetto di Costanzo Michela. Dalla visita pastorale che Mons. Michele Vittorio De Villa compì il 25 ottobre 1750 si rileva che la nuova chiesa era praticamente finita, aveva ancora otto altari laterali dedicati agli stessi santi di prima eccetto uno: in luogo dell’altare del Santo Sudario e di San Defendente, non sappiamo per quale motivo, era stato costruito un nuovo altare dedicato a San Pietro in Vincoli. Spariva così ogni traccia della devozione al Santo Sudario in Rivarolo.

RP

IL CONVENTO DI SAN FRANCESCO COMPIE 800 ANNI:

San Francesco compì il pellegrinaggio a Santiago de Compostela?

Una tradizione antichissima dice che il Convento francescano di Rivarolo fu fondato dallo stesso San Francesco di passaggio nella nostra città. Non è solo una tradizione locale, grandi storici dell’ordine francescano come fra Luca Wadding, irlandese, nei suoi Annales Ordinis Minorum, scritto nel 1625 e fra Antonio Melissano, piemontese, nei suoi Annalium Ordinis Minorun Supplementa, pubblicato nel 1710, la accettano senza alcun dubbio, collegandola al pellegrinaggio che il santo di Assisi compì a Santiago di Compostela tra il 1213 e il 1215.

Gli storici moderni avanzano molti dubbi sia sulla fondazione del convento rivarolese (come di molti altri, in Italia e all’estero, che hanno simili tradizioni) sia sul pellegrinaggio del santo in Spagna, non attestato da particolari documenti ma dato per certo dalle tradizioni locali che indicano come anno della sua permanenza a Santiago il 1214.

Tommaso da Celano (1200-1265), francescano, primo biografo ufficiale di San Francesco (ebbe questo incarico direttamente da papa Gregorio IX), nella Vita prima S. Francisci, redatta nel 1228-29, parla di un tentativo del Santo di raggiungere il Marocco, viaggio interrotto a causa di una malattia nel passaggio in Spagna, ma non dice se ci fu un pellegrinaggio a Santiago. Lo stesso biografo poi, nella Vita secunda S. Francisci, scritta nel 1246-47, a seguito dell’insoddisfazione con cui era stata accolta la Vita prima e corredata di ulteriori testimonianze di frati che erano stati molto vicino al Santo, non fa più cenno ad un viaggio in Spagna ma dice che a Francesco erano riportate notizie sulle attività dei suoi frati in quelle regioni. Ancora Tommaso da Celano in una terza opera biografica scritta tra il 1247 e il 1257, il Tractatus de miraculis S. Francisci, oltre a raccontare molti prodigi avvenuti nella penisola iberica per intercessione del santo a persone devotissime di lui e del suo ordine, narra del suo ritorno dalla Spagna con frate Bernardo senza aver potuto raggiungere il Marocco; neppure qui però si menziona un pellegrinaggio a Santiago.

La tradizione di questo pellegrinaggio si basa essenzialmente sul testo dei Fioretti di San Francesco, una raccolta di ”miracoli ed esempli devoti”, concernenti la vita del Poverello, proposti in lingua volgare nell’ultimo quarto del Trecento da un ignoto toscano, che aveva probabilmente come fonte il libro Actus beati Francisci et sociorum eius, scritto tra il 1327 e il 1340, cioè un secolo dopo la morte di Francesco, raccogliendo tradizioni orali e popolari, anche leggendarie. Al capitolo IV del Fioretti si legge: “Al principio e fondamento dell’Ordine, quando erano pochi frati e non erano ancora presi i luoghi, santo Francesco per sua divozione andò a santo Jacopo di Galizia, e menò seco alquanti frati, fra li quali fu l’uno frate Bernardo”. Durante il viaggio, fra Bernardo venne lasciato a servire un infermo che, al suo ritorno l’anno seguente, Francesco trovò perfettamente guarito. Il santo e i suoi compagni proseguirono invece il loro pellegrinaggio: “essendo giunti là, e stando la notte in orazione nella chiesa di santo Jacopo, fu da Dio rivelato a santo Francesco ch’egli dovea prendere di molti luoghi per lo mondo, imperò che l’Ordine suo si dovea ampliare e crescere in grande moltitudine di frati. E in cotesta rivelazione cominciò santo Francesco a prendere luoghi in quelle contrade”. La narrazione prosegue con il racconto di un’altra visione notturna in cui Dio chiese al Santo di costruire un convento a Santiago, in un luogo detto Val de Dios, appartenente ai monaci benedettini del Monastero di San Martin Pinario. L’abate, interpellato da Francesco, donò il luogo ai frati che vi costruirono un piccolo convento.

La presenza dei francescani in Spagna è molto precoce, il convento di Santiago è uno dei più antichi dell’Ordine, i documenti ci dicono che nel 1217, in un Capitolo Generale celebrato alla

Porziuncola, Francesco inviò una spedizione di frati in Spagna, probabilmente guidati da fra Bernardo di Quintavalle. Questo e i successivi gruppi, inviati nel Capitolo del 1219, percorsero il cammino giacobeo per stabilirsi in diverse città. L’accoglienza che ricevettero questi frati, autorizzati dal Vescovo diocesano e, in alcuni casi, chiamati dai reali, lasciò una impronta iconografica nelle cattedrali della Castiglia e nella fondazione di conventi francescani, in particolare lungo quello che potrebbe essere stato il percorso di Francesco.

In conclusione veramente Francesco di Assisi nel 1214 fu pellegrino a Santiago de Compostela? Non lo possiamo affermare con certezza ma anche chi ne dubita, basandosi sui silenzi o le lacune delle fonti ufficiali, concorda sulla perfetta compatibilità del pellegrinaggio con lo spirito e la storia di Francesco e dei suoi primi seguaci e con una serie di indizi artistici e architettonici coevi o posteriori. Lo stesso Papa san Giovanni Paolo II in un suo famoso discorso, noto come “atto europeistico”, pronunciato a Santiago nel 1982, diede come dato di fatto la presenza di Francesco pellegrino alla tomba di san Giacomo Apostolo. In ogni caso in Spagna e, in particolare, in Galizia, il 2014, ottavo centenario di quel pellegrinaggio, è stato anno francescano con manifestazioni, conferenze, mostre, concerti e rinnovati pellegrinaggi lungo l’asse Assisi-Compostela, che si estenderanno anche per buona parte del 2015.

Nel corso del 1215 Francesco tornò in Italia e a fine anno assistette, a Roma, al IV Concilio Lateranense convocato da Papa Innocenzo III: è proprio in questo viaggio di ritorno che si collocherebbe la fondazione del nostro Convento.

Le Società Laicali a Rivarolo nel XVII secolo

Uno dei fenomeni caratteristici del mondo cattolico dopo la riforma tridentina fu il fiorire delle Società laicali, più note come Confraternite e Compagnie, nelle quali si esprimeva e si incanalava la religiosità popolare.     Pur essendo sottoposte all’autorità ecclesiastica, queste società godevano di una certa autonomia e si può dire che al loro interno rimase una traccia di “democrazia”, espressa con elezione dei Priori da parte dei confratelli, rendiconto dei Priori stessi ai confratelli sugli aspetti economici e sociali del loro operato e così via, tutte prassi che stavano sparendo rapidamente dalla gestione della cosa pubblica locale, con l’accentramento dei poteri nelle mani dei governi.

Anche la nostra città conta un bel numero di società laicali, nate o sviluppatesi in quel periodo e che ebbero un ruolo importante nella vita sociale e religiosa dei rivarolesi dei secoli XVII e XVIII.

Agli inizi del Seicento erano operanti già da tempo la Confraria di Santo Spirito (cfr. Bollettino di San Giacomo, Pasqua 2004) dedita alle opere di carità, che affondava le sue origini nel lontano Medio Evo e la Confraternita del Santissimo Nome di Gesù, la cui origine, secondo la tradizione, viene fatta risalire alla predicazione di san Bernardino da Siena, transitato a Rivarolo nel 1417.    Era anche presente la Compagnia del Santissimo Sacramento o del Corpus Domini, di cui è ignota l’origine (cfr. Bollettino di San Giacomo, Pasqua 2005).   Questa Compagnia, unica per entrambe le Parrocchie, con sede presso a chiesa di San Giacomo, aveva il compito di mantenere e valorizzare il culto e l’adorazione eucaristica, secondo i dettami del Concilio di Trento.     Nel 1631 poi, in seguito al voto pubblico durante la peste dell’anno precedente e alla costruzione della cappella di San Rocco (cfr. Bollettino Interparrocchiale Natale 2005), fu costituita la Confraternita dei Santi Rocco e Carlo.    Le due Confraternite raccoglievano soprattutto i rivarolesi di un certo livello, nobili e ricchi borghesi, i quali avevano le disponibilità economiche per contribuire alle ingenti spese di manutenzione e abbellimento delle rispettive cappelle e alle ordinarie spese di funzionamento della Confraternita.      La religiosità dei poveri e degli umili trovò invece la sua manifestazione nelle nuove Compagnie, che sorsero nelle singole chiese parrocchiali, assumendo il patronato di un altare, presso il quale celebravano le loro feste e liturgie, provvedendo alla sua manutenzione ed abbellimento, un impegno decisamente meno oneroso rispetto a quello richiesto dalle due Confraternite.

In tutto il mondo cattolico questa religiosità degli umili si rivolse soprattutto alla Madonna, nei rigori della Controriforma e nella durezza dei tempi, la figura di Maria portò quell’elemento di consolazione e di dolcezza da sempre insito nella maternità, spesso queste devozioni erano incoraggiate dagli ordini religiosi.  Francescani, Domenicani, Carmelitani e Agostiniani furono tra i promotori di queste società laicali tanto che alcune Compagnie non ricevevano l’approvazione del Vescovo ma del Superiore locale di questi ordini religiosi.  Rivarolo non fece eccezione, quasi tutte le prime e più importanti Compagnie, in entrambe le parrocchie, sorsero infatti sotto i diversi titoli della Vergine e con l’approvazione degli Ordini religiosi competenti.

La prima di queste Compagnie rivarolesi sorse presso la parrocchia di San Giacomo sotto il titolo della Beata Vergine Maria del Rosario, fu eretta su richiesta e iniziativa di un gruppo di borghigiani e fu approvata il 9 luglio 1604 dal Padre Superiore del Convento dei Domenicani di Ivrea (cfr. Bollettino San Giacomo Pasqua 2003).  Ebbe subito un altare proprio e una serie di privilegi nella vita della Parrocchia.

Alcuni anni dopo, nel 1611, fu eretta anche a San Michele una Compagnia dedicata alla Madonna, la Compagnia della Santissima Annunziata, approvata dal vescovo il 10 settembre di quell’anno, con altare proprio.    A differenza delle altre, qui si tratta di una devozione locale, risalente alle origini della Parrocchia stessa e legata alla venerazione della statuetta lignea, ancora oggi presente in San Michele, fortunosamente salvata dalla piena dell’Orco che nel 1523 aveva distrutto l’antica chiesa di Santa Maria del Glario.

Nel 1621 presso la parrocchia di San Giacomo fu eretta la Compagnia della Beata Vergine del Monte Carmelo, anche questa con altare proprio, approvata in quello stesso anno dal Padre Provinciale dell’Ordine dei Carmelitani.  Agli affiliati era raccomandato la venerazione dello scapolare (diventato poi abitino) come segno del condono delle pene del purgatorio.

La Parrocchia di San Michele rispose nel 1629 con la Compagnia della Santa Cintura della Beata Vergine Maria, approvata il 25 gennaio dal Superiore dei Frati Agostiniani di Ivrea.    La “cintura”, secondo la tradizione e la dottrina ascetica, era simbolo di continenza e di moderazione e agli affiliati della Compagnia era richiesta una vita sobria, rigida e pura.   Anche questa Compagnia ebbe nella chiesa parrocchiale un altare proprio.

Queste Compagnie ebbero una grande rilevanza nella vita delle nostre parrocchie, ma furono ben presto affiancate da altre, non dedicate alla Madonna.     Nel 1645 sorse presso la parrocchia di San Michele la Compagnia del Suffragio sotto il titolo di San Giuseppe, approvata dal Vescovo il 17 settembre di quell’anno, con lo scopo di pregare per le anime dei defunti, in particolare per quelle del Purgatorio.   Questa Compagnia ebbe subito un altare proprio, altare che mantenne nella chiesa attuale ed è tuttora decorato da una grande pala d’altare del pittore torinese Rapous, che riprende alcuni temi dell’ordine carmelitano: le anime del purgatorio nella parte bassa e la Madonna che consegna lo scapolare a San Simone Stock, superiore generale dei carmelitani.

Nel 1637 presso la chiesa di San Giacomo fu eretta una Compagnia delle Vergini (detta anche delle Figlie) sotto il titolo di Sant’Orsola, con lo scopo di provvedere alla formazione catechistica delle ragazze e che nel corso del secolo successivo troviamo poi presso la Chiesa del Gesù.   Questa associazione avrebbe dovuto affiancarsi ad una Compagnia della Dottrina Cristiana, rivolta agli adulti, nel quadro del rinnovamento della catechesi voluto dal Concilio di Trento ma che non venne mai istituita.

Chiude il quadro di queste società laicali una Congregazione di Sant’Antonio Abate, sorta nel 1613, che risulta essere la prima “associazione di categoria” in quanto costituita tra i bovari, cioè i possessori e conduttori delle coppie di buoi che allora costituivano la forza motrice per i trasporti e i lavori dei campi.

Rimane un grosso punto interrogativo sulle società laicali presso la chiesa di San Francesco a causa della distruzione di molti documenti e della scomparsa dell’archivio del Convento con la soppressione napoleonica.      Sappiamo per certo che nel seicento era fiorente una Compagnia delle Concezione della Madonna, diventata poi Compagnia dell’Immacolata Concezione, con altare proprio, (cfr Bollettino San Giacomo Natale 2004) e da alcuni vaghi cenni risulta esserci anche una Compagnia del Cordone, caratteristica di tutti i Conventi Francescani, ma su come erano organizzate e sui loro compiti non ci sono altre notizie.

Tutte queste società vivevano delle contribuzioni dei loro associati e di elemosine occasionali, somme modeste utilizzate per far fronte agli obblighi assunti (in genere Messe in suffragio di benefattori defunti),  per solennizzare le feste dei loro Patroni, per la manutenzione e il decoro degli altari loro affidati e spesso per concorrere alle spese generali della parrocchia.        Ogni anno tutti gli associati si riunivano nella chiesa parrocchiale, generalmente in occasione della festa del loro Patrono e, sotto la presidenza del rispettivo parroco, provvedevano ad eleggere il Priore, il quale avrebbe governato il sodalizio per un anno.     L’elezione era a scrutinio segreto, chi era analfabeta, cioè la maggioranza dei presenti, sussurrava la propria preferenza all’orecchio del parroco, che provvedeva ad annotare i voti.  In quella occasione il Priore uscente faceva il resoconto economico e sociale della sua gestione e, se erano necessarie, venivano decise le spese straordinarie.    Dalle relazioni sulle visite pastorali non emergono particolari attriti tra le varie Compagnie o con i Parroci.     Tutte queste Compagnie prosperarono e raggiunsero il loro massimo sviluppo nel secolo successivo per poi declinare rapidamente.      Le uniche rimasta tra quelle seicentesche  sono la Compagnia della Santissima Annunziata e la Compagnia di Sant’Antonio, delle altre sono rimasti a lungo nella vita parrocchiale le feste dei loro patroni, in particolare per la Madonna del Rosario e per la Madonna del Carmelo, le cui feste con messa solenne e processione furono celebrate fino agli anni sessanta del secolo scorso presso la parrocchia di San Giacomo.

RP

La Conferenza di San Vincenzo de Paoli di Rivarolo

Il variegato mondo del volontariato sociale, soprattutto di matrice ecclesiale, che caratterizza la nostra città ha un illustre antenato nella “Conferenza di San Vincenzo de’ Paoli” operativa in Rivarolo tra il 1856 e il 1862.

La Società San Vincenzo de’ Paoli fu fondata a Parigi nel 1833 dal beato Federico Ozanam, docente universitario, storico e giornalista francese, nato a Milano il 23 aprile 1813 e morto a Marsiglia l’8 settembre 1853.  Quando era studente a Parigi, colpito dalla povertà morale e materiale del popolo minuto, insieme ad alcuni amici, formò un piccolo gruppo votato all’aiuto ai poveri che prese nome di “Conferenza di Carità”.       Nel 1835 il gruppo assunse il nome attuale ponendosi sotto la protezione di san Vincenzo de’ Paoli (1581-1660), il santo francese che fece del soccorso e dell’educazione dei poveri una caratteristica fondamentale del proprio ministero sacerdotale e alla cui spiritualità si rifanno tutt’ora molti istituti religiosi dediti al servizio dei poveri.   In breve tempo sorsero altri gruppi simili, chiamati appunto “Conferenze”, che si diffusero rapidamente, prima in Francia e poi in altri paesi d’Europa, per rispondere alle nuove esigenze di evangelizzazione e promozione umana delle fasce più deboli della popolazione da parte di alcuni settori del cattolicesimo che non si riconoscevano più nei vecchi sistemi caritativi delle Compagnie e delle Confraternite.

Tra il 1842 e il 1844, a Torino, la Marchesa di Constane cercò di attivare una simile iniziativa, coinvolgendo anche Giulia di Barolo e Silvio Pellico, ma l’iniziativa non ebbe seguito.     La prima Conferenza di San Vincenzo di Torino fu fondata il 13 maggio 1850 presso la parrocchia dei Santi Martiri per opera di un gruppo di nobili torinesi e genovesi (a Genova tali gruppi erano già attivi da tempo) guidati dal conte Rocco Bianchi.       Ci sono altre ipotesi, non suffragate da documenti, sull’origine della San Vincenzo torinese, una la fa risalire ad un Ritiro Spirituale di nobili presso il Santuario di sant’Ignazio a Lanzo sotto la guida di San Giuseppe Cafasso, altre vedono coinvolti nella fondazione san Leonardo Murialdo, san Giovanni Bosco, il beato Francesco Faà di Bruno e Silvio Pellico.  E’ comunque significativo che questi grandi santi della carità Torinesi siano accostati alla fondazione della prima Conferenza di Torino, anche perché, se non fondatori, furono molto vicini e coinvolti in questa iniziativa: il Murialdo collaborò a lungo con il fratello Ernesto, membro attivo della Società, Faà di Bruno fu presidente di una Conferenza e don Bosco promosse la fondazione di questi gruppi nei suoi Oratori.

Nell’agosto del 1850 la Conferenza torinese fu aggregata al Consiglio Generale della San Vincenzo di Parigi e iniziò a svilupparsi velocemente, tanto che nel 1853 si divise in quattro conferenze con sede in altrettante parrocchie: Santi Martiri, Corpus Domini, Santissima Annunziata e San Massimo.     L’8 dicembre 1853, per coordinare l’attività delle Conferenze sul territorio, fu istituito il Consiglio Particolare di Torino, formato dai presidenti e vicepresidenti di tutti i gruppi.    Tutti i Vincenziani Torinesi si riunirono nella loro prima Assemblea Generale il 29 aprile 1854, sotto la presidenza di monsignor Giovanni Antonio Gianotti, vescovo di Saluzzo.   Detto per inciso, monsignor Gianotti fu Pievano della parrocchia di San Giacomo di Rivarolo dal 1815 al 1818, in seguito fu canonico penitenziere della cattedrale di Torino finchè, nel 1833, fu nominato Arcivescovo di Sassari.  Nel 1837 passò alla Diocesi di Saluzzo che resse fino alla morte, sopravvenuta il 29 ottobre 1863.

In seguito furono fondati nuovi gruppi in Torino, in  particolare ricordiamo la Conferenza di Maria Vergine Consolata nata il 27 novembre 1854 e poi nel resto del Piemonte, tanto che nel 1856 il Consiglio Particolare di Torino diventò Consiglio Superiore del Piemonte con presidente il conte Carlo Gays di Giletta.

E’ appunto nel 1856 che nasce la Conferenza rivarolese, infatti nel libro dei verbali, conservato nell’archivio parrocchiale di San Giacomo, leggiamo:

“Processo verbale dell’adunanza preparatoria tenuta addì 07 maggio1856 nel gabinetto di lettura dei Rev. Sig. Sacerdoti”

Nell’intento di fondare in Rivarolo la Società di San Vincenzo de’Paoli, avendo li Confratelli Francesetti e Guelfi, membri attivi della Conferenza della Consolata di Torino, fatta di tale progetto speciale proposta ad alcune persone di questo borgo, si addivenne oggi per tal fine ad un’adunanza preparatoria alla quale sono presenti quattro membri onorari, cioè il Rev. Sig. Arciprete di san Giacomo, Rev. Sig. Prevosto di San Michele, Rev. Sig. don Bormida, Rev. Sig. don Rolando, inoltre cinque membri attivi cioè li confratelli Brichanteaux, Collobiano, Marchiandi, Beltrami, Farina ed i due membri attivi della Conferenza della Consolata di Torino Francesetti e Guelfi.

Apertasi l’adunanza colla lettura e preghiera d’uso, il confratello Francesetti, con ben sentite parole, disse alcune cose intorno allo scopo morale e materiale della Società, intorno al procedimento della medesima ed ai doveri, pure morali e materiali dei singoli confratelli, quindi il Rev. Sig. don Bormida incaricato di chiedere a Monsignor Vescovo della Diocesi l’opportuna approvazione della fondazione della Società, riferì come, recatosi personalmente in Ivrea, ottenesse dal prelodato Monsignore la chiestale approvazione accompagnata da affettuose parole di encomio e di incoraggiamento alla nascente conferenza …”

Il verbale continua registrando la nomina del presidente, Collobiano, la decisione di riunirsi tutte le domeniche alle due del pomeriggio, l’inoltro al Consiglio di Torino della domanda di aggregazione e della richiesta di ricevere il Bollettino della Società, di avere buoni pane, libretti e quant’altro poteva servire al funzionamento della nuova Conferenza.

Un cenno ai diversi personaggi, tutti rigorosamente uomini, come prescriveva il Regolamento, che parteciparono alla riunione: il promotore dell’iniziativa è il conte Cesare Francesetti di Mezzenile, figlio di quel Giambattista che, sposando nel 1805 Albertina Cortina di Malgrà, divenne proprietario del castello Malgrà di Rivarolo, con il titolo di conte. Cesare Francesetti fu molto attivo nell’ambito della San Vincenzo, contribuendo alla fondazione di molte Conferenze tra cui quella di Agliè nel marzo del 1857 (che non risulta più attiva già nel 1859) e quella di Ivrea nell’ottobre del 1858.     L’Arciprete è il Rivarolese don Giuseppe Andrea Recrosio, che resse la parrocchia dal 1819 al 1860, il Prevosto è don Flaminio Corna, parroco dal 1855 al 1890, di don Giuseppe Bormida non si hanno notizie, in alcuni verbali viene chiamato Priore, infine don Giovanni Antonio Rolando, anche lui rivarolese, è il viceparroco di San Giacomo e nel 1862 ne diventerà Arciprete.   Per quel che riguarda i membri laici, anche per la mancanza dei nomi di battesimo, si tratta di illustri sconosciuti, a parte il Presidente che è il cavalier Filippo Nazzari di Collobiano, membro di una famiglia benestante e consigliere comunale, per gli altri si può ipotizzare un’appartenenza alla buona borghesia rivarolese.  E’ significativa la mancanza di tutti quei personaggi, nobili e ricchi borghesi, della cerchia di Maurizio Farina e che in quegli anni determinavano le vicende cittadine.      Qua e là nei primi verbali si trovano cenni tipo “malgrado le dicerie dei tristi” o non lasciarsi avvolgere dalla rete dei tristi” , frasi che fanno ipotizzare una qualche opposizione alla nuova Conferenza.       In effetti la San Vincenzo, in quanto associazione cattolica, fu abbastanza osteggiata nel Piemonte cavourriano, dove alcuni provvedimenti legislativi avevano dato avvio ad accese polemiche tra la Chiesa e  il Governo guidato da Camillo Cavour.     Maurizio Farina era deputato al Parlamento nelle file della maggioranza cavourriana e quindi, pur non essendo apertamente anticlericale, non vedeva certamente di buon occhio la nascita di una associazione che operava nel sociale sotto lo stretto controllo ecclesiastico, è probabile che alcuni dei suoi amici e sostenitori abbiano quindi osteggiato la nascita della Conferenza di Rivarolo.

In ogni caso la nuova associazione prese il via: già nella riunione dell’11  maggio Francesetti portò e lesse la lettera del Presidente del Consiglio Superiore del Piemonte,  conte Carlo Gays di Giletta, di approvazione e di incoraggiamento, con allegato tutto il materiale richiesto.     Lo stesso conte Gays, con alcuni alti esponenti del Consiglio Superiore partecipò alla riunione del 26 giugno 1856 portando la solidarietà e l’incoraggiamento dei Confratelli di Torino alla consorella di Rivarolo, “osteggiata dai nemici di Dio, in quanto opera di Dio”.   Infine il 28 novembre di quello stesso anno il vescovo d’Ivrea, monsignor Luigi Moreno, inviò la lettera di approvazione ufficiale: “Con vivace soddisfazione del nostro cuore veggiamo iniziata la pia Società di San Vincenzo de’ Paoli di Rivarolo di nostra Diocesi e, mentre ne attribuiamo la lode ai ragguardevoli promotori ed a tutti, che già vi diedero il loro nome, approviamo l’istituzione di essa pia Società e della sua Conferenza di Rivarolo ed in quanto sia d’uopo la erigiamo coi regolamenti già adottati e pubblicati e concediamo 40 giorni di Indulgenza a tutti i membri della medesima commendevolissima Società”.

La Conferenza si riuniva tutte le settimane, all’inizio di domenica pomeriggio, poi di sabato pomeriggio, successivamente al giovedì mattina e infine al mercoledì mattina.   Il luogo di riunione era quel Gabinetto di Lettura dei Signori Sacerdoti citato nel verbale di fondazione, si trattava probabilmente di una piccola sala di lettura, soprattutto per giornali e riviste, riservata ai numerosi sacerdoti presenti allora in città, della quale non conosciamo l’ubicazione.   Nel febbraio del 1858 questo Gabinetto Ecclesiastico si sciolse, le raccolte di giornali e riviste furono comprate dai diversi sacerdoti interessati e il ricavato fu totalmente devoluto alla Conferenza di San Vincenzo.   Da quel momento non sappiamo dove si sia tenuta la riunione settimanale, si trattava di un locale per il quale la Conferenza pagava un affitto.

Le riunioni iniziavano tutte con una preghiera e una lettura spirituale, si trattava di brani tratti dalla Vita di san Vincenzo, dal Regolamento della Sociatà, scritti apparsi sul Bollettino o documenti del magistero ecclesiastico su temi inerenti le attività della Conferenza.   Il segretario dava lettura del verbale della seduta precedente e il tesoriere faceva il rendiconto economico, poi venivano esaminate le proposte di assistenza, si udivano le relazioni sulle famiglie visitate, si prendevano le decisioni necessarie e si chiudeva con la questua tra i presenti e una preghiera di ringraziamento.       Particolarmente importante era la questua sulla quale il Regolamento della Società così si esprimeva: “Questa colletta non è fatta per formalità ma è sempre di importanza. Molto rileva altresì che non perda mai questo carattere, essendo soprattutto a loro spese che i membri della Società vogliono fare opere misericordiose, oltrecciò il prodotto della colletta è il primo, il più certo ed il principale dei mezzi per sollevare i poveri”.         Oltre alle preghiere recitate nelle riunioni, il confratelli dovevano essere buoni cristiani e partecipare alle cerimonie religiose promosse dalla Conferenza, in particolare la Messa fatta celebrare il giorno della festa di San Vincenzo, che allora ricorreva il 19 luglio, alla Messa in suffragio di tutti i confratelli defunti, fatta celebrare il primo lunedì di Quaresima (nel 1858 se ne dimenticarono e questa Messa fu celebrata a ridosso di Pasqua).   Celebrazioni straordinarie furono indette per la morte del Tesoriere Domenico Fenoglio nel maggio del 1859 e per la morte dell’Arciprete Recrosio nell’agosto del 1860 (in questo caso la Messa doveva essere solenne e invece, per un malinteso, fu celebrata una Messa normale con benedizione), infine la Conferenza fece celebrare una Messa solenne l’8 dicembre 1858, in occasione della proclamazione del dogma della Immacolata Concezione di Maria.

I membri della Conferenza rivarolese furono sempre piuttosto pochi, i membri d’onore, cioè gli ecclesiastici, aumentarono con il tempo ma la partecipazione fu piuttosto scarsa, l’Arciprete don Recrosio e il Prevosto don Corna furono piuttosto assidui nei primi due anni poi non parteciparono più, don Recrosio probabilmente perché molto anziano.       Don Rolando fu praticamente sempre presente fino alla morte dell’Arciprete poi non partecipò più alle riunioni, altri ecclesiastici fecero brevi e fugaci apparizioni, il più assiduo fu il priore don Bormida.     I membri attivi, cioè i laici, furono ugualmente latitanti: dei fondatori, a parte Nazzari di Collobiano, nessuno si fece più vedere fin dal giugno 1856, degli altri, aggregati successivamente, solo due, Domenico Fenoglio e Antonio Soglio, osservarono scrupolosamente gli impegni presi mentre altri due, Pietro Gaiottino e Guido Buschetti, ebbero una frequenza più saltuaria.  Tutti gli altri sparirono dopo poche riunioni, ogni tanto vengono invece registrati tra i presenti Confratelli di altre Conferenze, soprattutto di Torino: i già citati Francesetti e Guelfi, i fratelli Baudana-Pucci, il conte di San Martino e altri ancora.

Come prescritto dai Regolamenti, l’attività caritativa delle Conferenza rivarolese era rivolta alle famiglie e non ai singoli con lo scopo di portare soccorso materiale e spirituale, cercando di attuare anche un’opera educativa che ne potesse migliorare la situazione generale.    I diversi confratelli segnalavano le famiglie in stato di bisogno, la Conferenza designava due delegati che dovevano raccogliere informazioni e soprattutto visitare la famiglia stessa portando un aiuto immediato (normalmente un chilo di pane o di farina), alla riunione successiva, sulla base della relazione dei due visitatori, la Conferenza decideva se ammettere la famiglia ai sussidi ordinari o se limitarsi ad un aiuto straordinario.    I sussidi ordinari erano quelli che venivano dati ogni settimana, in genere farine o pane, qualche volta carne, soprattutto in presenza di ammalati.   Alle famiglie non venivano dati denari ma buoni con i quali presso il commerciante di fiducia della Conferenza, certo Ferrero, gli assistiti potevano ritirare le quantità stabilite per ciascuno.   I quantitativi oggi ci possono sembrare irrisori, uno o due chili di pane o farina a settimana, ma erano allora un aiuto importante e questo ci dice lo stato di miseria in cui versava gran parte della popolazione.       Il numero di famiglie ammesse ai contributi ordinari non fu particolarmente elevato: erano sette a fine maggio 1856, salirono a 11 nell’agosto e si mantennero tra le 9 e le 11 negli anni successivi, scesero a sette-otto nel 1859 e a sei nel 1861.   Solo quattro furono assistite ininterrottamente nei sei anni di vita della Conferenza, le altre furono assistite per periodi più o meno lunghi, da pochi mesi a qualche anno, normalmente la sospensione del sussidio era motivata dalle migliorate condizioni della famiglia (come la vedova che vede sospeso il sussidio perché si risposa), in un caso dal trasferimento in altra città (fu erogato un sussidio straordinario in denaro di 2 lire per le spese di viaggio), un paio di volte per cattiva condotta del capofamiglia (una di queste famiglie fu però riammessa ai sussidi quando accolse in casa una bambina lattante sola al mondo dopo la morte della madre).     Le stringate relazioni riportate sul verbale danno una immagine viva della situazione di queste famiglie, spesso numerose, con diversi membri ammalati, alcune con il capofamiglia lontano in cerca di lavoro e che non dà più notizie, altre colpite dalla morte del padre o della madre.    Significative anche le motivazioni dei sussidi straordinari: acquisto di medicinali, articoli di vestiario, in un caso perfino un letto e una coperta.    Settimanalmente tutte le famiglie assistite erano visitate da uno due confratelli che, oltre a portare i buoni, cercavano di attuare anche una azione educativa e formativa, tra le decisioni della Conferenza sono  significative quelle relative all’acquisto di libri per alcuni bambini particolarmente meritevoli.              Il 27 ottobre 1858 la Conferenza decise un contributo straordinario di 5 lire per soccorrere gli alluvionati di Savona, il 24 ottobre 1860, su invito del Consiglio Generale di Torino, decise una colletta straordinaria per la settimana successiva a favore dei Cristiani di Siria perseguitati; il 31 ottobre, considerato l’esiguo numero di presenti, la colletta fu rinviata e poi non se ne fece più nulla.

Dal punto di vista finanziario le notizie sono piuttosto scarse: in ogni seduta è annotato il fondo cassa che va da un minimo di lire 9,45 il 14 maggio 1857 a un massimo di lire 52,30 il 14 novembre 1860, escludendo questi limiti, normalmente il fondo cassa oscilla tra le 20 e le 30 lire, in genere è più consistente nei mesi estivi e scende notevolmente nella brutta stagione, quando le esigenze diventano più pressanti.    Non vengono annotate invece le entrate e le uscite ordinarie, cioè il frutto della questua a conclusione di ogni riunione e la spesa per i buoni distribuiti settimanalmente.   Sono invece annotate le entrate straordinarie (in verità piuttosto rare) come le elargizioni in denaro o in natura di benefattori, le entrate per la vendita delle raccolte di giornali e riviste del Gabinetto ecclesiastico, le cinque lire trovate per strada e non  reclamate da nessuno nell’arco di 40 giorni.   Per quel che riguarda le uscite straordinarie, oltre a quelle già citate in precedenza, si tratta di sussidi una tantum a famiglie in stato di necessità, il più delle volte a causa della malattia di qualcuno dei suoi membri, spesso questi sussidi erano in denaro, più raramente in pane o farina.     In più occasioni non si poté ammettere ai sussidi ordinari famiglie riconosciute bisognose per scarsità di fondi, allora si cercò di ovviare con l’elargizione di uno o più sussidi straordinari.   Nell’ultimo anno di vita della Conferenza, tre famiglie ricevevano a turno, una per settimana, un sussidio straordinario consistente nel solito chilo di pane.

Dal novembre 1860 alle riunioni settimanali parteciparono solo più don Bormida, Nazzari di Collobiano e Soglio, che cercarono di continuare l’attività del sodalizio.      All’inizio del 1862 si cominciò a parlare di scioglimento, tanto è vero che il 29 gennaio il conte Gays, Presidente del Consiglio Generale di Torino inviò una lettera accorata, raccomandando di non sciogliere la conferenza nonostante il piccolo numero di confratelli.      Questa richiesta non fece che ritardare di poco una decisione ormai matura, il 5 marzo 1862 i membri attivi Collobiano e Soglio decisero di interrompere l’attività: “Stante la mancanza di soci confratelli, non potendosi più adempiere a doveri prescritti e d’altronde essendo si poco il bene che si può fare a pro dei poveri, si è nostro malgrado costretti a deliberare siccome si delibera con il presente verbale di sospendere dal giorno d’oggi indefinitamente le adunanze sulla speranza di un miglior avvenire onde poter un dì riordinare questa conferenza su più solide basi.”   A Soglio viene affidato l’incarico di distribuire settimanalmente i sussidi ordinari in ragione di 1 kg di pane a famiglia fino a esaurimento del fondo di lire 27,45, dopo aver saldato il debito di 6 lire per l’affitto della sala riunioni e versato la somma di lire 1 per Messa in suffragio dei defunti di lunedì 10 marzo.      Si chiude così la vicenda della prima Conferenza di San Vincenzo sorta nella Diocesi di Ivrea.

RP  

 

 

 

 

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